The Amazing Spider-Man 3 · Episodio 3

Episodio 3 — Veleno

MattiaFabbiani 07 Giu 2026 32 ~29 min

Esistono notti che non finiscono. Notti che continuano a succedere dentro di te per il resto della vita, ogni volta che chiudi gli occhi. Per Peter Parker, fino a quel momento, ce n'erano state due. La notte della torre dell'orologio. E la notte del Rhino.

Questa sarebbe stata la terza. E sarebbe stata la peggiore di tutte, perché in questa, per la prima volta, il mostro non sarebbe arrivato dall'esterno.

Sarebbe uscito da lui.

◆ ◆ ◆

New York stava bruciando da diciotto minuti.

Peter li contava, certo che li contava, contava sempre, mentre volava sopra l'Upper East Side con una costola incrinata e il sapore del sangue in bocca. Diciotto minuti da quando i Sei erano usciti tutti insieme. Diciotto minuti da quando si era infilato la maschera sul tetto del Bellevue e aveva detto, con la sicurezza idiota di chi non ha ancora capito quanto è grande il buco in cui sta saltando: «Okay. Uno alla volta.»

Non era andata uno alla volta.

Era andata tutti insieme, ovunque, in ogni momento, come un incubo che ha studiato la tua agenda. Mentre fermava l'Avvoltoio sopra la Quinta, i tentacoli del Dottor Octopus stavano sventrando un ponte a tre chilometri di distanza. Mentre tirava fuori una famiglia dalle macerie di un autobus, il Rhino caricava una stazione della metropolitana piena di gente. Erano sei, e lui era uno, e per la prima volta in vita sua Spider-Man stava facendo i conti con una matematica che non poteva battere.

Aveva imparato a combattere contro un nemico. Due, nelle notti peggiori. Ma sei nemici che si parlavano, che si coprivano, che lo sfinivano a turno come lupi che stancano un cervo, per quello nessuno lo aveva preparato. L'Avvoltoio lo costringeva a restare in aria; e ogni volta che saliva, i tentacoli di Octopus lo aspettavano da sotto. Se scendeva a terra per i civili, i lampi azzurri lo accerchiavano. Era una scacchiera, e lui era l'unico pezzo che potesse muoversi, e ogni mossa costava sangue.

Tirò fuori una donna dal cofano accartocciato di un taxi. Deviò un'auto in caduta libera un istante prima che schiacciasse una pensilina piena di gente. Prese al volo un ragazzino sbalzato da un cornicione e lo posò su un balcone, e il ragazzino, undici anni, gli occhi enormi, gli disse «grazie, Spider-Man», e Peter fece appena in tempo a rispondere «figurati, amico» prima che un tentacolo d'acciaio lo prendesse alla schiena e lo spedisse attraverso una vetrina. Si rialzò tra i cocci, una spalla in fiamme, e per la prima volta da quando aveva rimesso il costume un pensiero gli attraversò la mente come un brivido freddo: non ce la faccio. Stanotte non ce la faccio.

«Stai correndo, Pete!» La voce arrivò dall'alto, accompagnata dal sibilo di un aliante. «Lo sai cosa diceva mio padre dei ragni? Che basta togliere loro una zampa alla volta. Funziona anche con i bambini, a quanto pare.»

Il Goblin calò dal cielo come una bestemmia verde, e Peter dovette gettarsi di lato per non farsi decapitare da una delle sue lame. Atterrò su un cornicione, ansimando.

«Harry», disse. E nonostante tutto, nonostante la torre, nonostante Gwen, nonostante quella creatura ghignante che un tempo era stata il ragazzo con cui rubava la birra dal frigo del padre — la sua voce non riuscì a essere d'odio. Solo stanca. Solo triste. «Harry, lo so che sei ancora lì dentro. Quella cosa che ti ha fatto la malattia, posso aiutarti, posso—»

«AIUTARMI?» Il Goblin rise, e la risata si trasformò in un colpo di tosse che gli scosse tutto il corpo malato. «Avevi il mio aiuto nelle vene, Peter. Una goccia del tuo sangue mi avrebbe salvato. Una. E tu hai detto di no. Mi hai guardato morire dietro un vetro e hai detto di no.» Le mani artigliate si strinsero. «Quindi adesso non voglio più il tuo aiuto. Voglio guardarti perdere tutto, esattamente come è successo a me. E poi», un sorriso, «voglio guardarti capire che non c'è stato nessun aiuto nemmeno per te.»

Una bomba a zucca volò. Peter la deviò con una ragnatela, ma l'esplosione lo sbatté comunque contro un muro, e mentre cadeva, per una frazione di secondo, vide la città intera sotto di sé. Le sirene. Il fumo. I sei mostri che la smembravano pezzo per pezzo. E capì, con la lucidità terribile che arriva solo quando stai cadendo, che non poteva vincere. Che per quanto velocemente corresse, per quante persone tirasse fuori dalle macerie, era una formica che cercava di fermare sei valanghe.

Stava perdendo. E le persone stavano morendo perché lui stava perdendo.

◆ ◆ ◆

«Hai un aspetto orribile, Spider.»

Atterrò accanto a lui sul tetto dove si era trascinato a riprendere fiato, silenziosa come solo lei sapeva essere. Tuta nera, capelli bianchi, occhi verdi, la donna del tetto della Oscorp, quella che lo aveva avvertito e poi era sparita nel vuoto. Ma stanotte negli occhi verdi non c'era gioco. C'era qualcosa che Peter, nello stato in cui era, impiegò un istante a riconoscere: senso di colpa.

«Tu.» Peter si raddrizzò, ogni muscolo teso. «Sei stata tu. A Ravencroft. Hai aperto le celle. Hai fatto uscire lui.» Indicò il cielo, dove l'aliante del Goblin tracciava cerchi di fuoco. «Tutta questa gente. È anche colpa tua.»

«Lo so.» Lo disse senza difendersi, e fu peggio di qualsiasi scusa. «Pensavo fosse solo un altro lavoro. Una porta da aprire, soldi facili. Non sapevo cosa mi avevano messo in mano.» Guardò la città in fiamme, e la voce le si fece dura. «Adesso lo so. E sono qui per rimediare.»

«Non puoi rimediare a questo.»

«No. Ma posso dirti l'unica cosa vera che ho imparato lavorando per lui.» Si avvicinò, e per un istante la maschera della ladra cadde del tutto. «Non stanno cercando di ucciderti. Se volessero, saresti già morto: sono in sei. Ti stanno logorando. Di proposito. Vogliono che tu corra, che ti spezzi la schiena per salvare tutti, che dia tutto quello che hai, perché il vecchio per cui lavoro non vuole il tuo cadavere.» Una pausa. «Vuole guardarti spezzare. Vuole portarti in un posto dove farai una scelta che non potrai più disfare. Quindi ti supplico: porta via i civili e scappa. Non dargli la soddisfazione.»

Per un istante Peter quasi le credette. Quasi.

«Non posso scappare», disse. «Là fuori muore gente.»

Felicia chiuse gli occhi. «Lo sapevo che l'avresti detto.» Quando li riaprì, erano lucidi. «È per questo che è un genio, capisci? Ha costruito una trappola che funziona solo perché tu sei... tu. La tua bontà è l'esca. La tua bontà ti ucciderà.»

Un boato. Una bomba a zucca esplose sul cornicione accanto a loro, e l'onda d'urto li separò, Peter di qua, Felicia scaraventata oltre il bordo. Si afferrò a una grondaia con una mano sola, appesa nel vuoto, e l'ultima cosa che gli gridò, prima che lui dovesse voltarsi a deviare la bomba successiva, fu:

«Qualunque cosa ti offrano stanotte, il prezzo è sempre più alto di quanto dicono! HAI SENTITO? SEMPRE PIÙ ALTO!»

Poi una seconda esplosione, e quando Peter si voltò di nuovo, lei non c'era più. Avrebbe ripensato a quelle parole, più tardi. Davanti a una porta con una sola parola scritta sopra. Ma più tardi, ormai, sarebbe stato troppo tardi.

◆ ◆ ◆

Il telefono squillò.

In mezzo a tutto quello, l'inferno, il fuoco, l'aliante che virava per il secondo passaggio, il telefono di Peter squillò nella tasca del costume, e l'istinto stupido e umano di rispondere fu più forte di qualsiasi addestramento.

«Tesoro?» La voce di zia May era calma. Troppo calma. La calma che le persone usano quando hanno deciso di non farti spaventare. «Tesoro, volevo solo sentirti. C'è... c'è un po' di confusione qui in strada, e—»

Il cuore di Peter si fermò. «Zia. Zia, dove sei. DOVE SEI.»

«Stavo tornando dal mercato. Sulla Lexington. C'è una di quelle... cose, tesoro, una grande con i bracci di metallo, sta buttando giù i palazzi e io—» Un boato, attraverso la cornetta. Un urlo lontano. La voce di May, per la prima volta, si incrinò. «Peter. Non riesco a correre veloce come una volta.»

Esistono momenti in cui il tempo smette di essere una linea e diventa un punto. Tutto il resto, i Sei, la città, il Goblin che ridendo si avvicinava, sparì. Restò solo una vecchia signora con le borse della spesa su una strada che stava crollando, l'unica persona al mondo che gli fosse rimasta, l'unica che lo avesse amato senza chiedere niente in cambio, nemmeno quando aveva scoperto chi era davvero.

«Sto arrivando», disse Peter, e si lanciò nel vuoto prima ancora di finire la frase. «Zia, mi senti? Sto arrivando. Resisti. Ti prego, resisti, sto—»

La Lexington era a due chilometri. Peter li coprì in quaranta secondi, polmoni in fiamme, ragnatela dopo ragnatela, più veloce di quanto si fosse mai mosso. Non abbastanza.

Non sarebbe mai abbastanza. Era questa la lezione che l'universo continuava a insegnargli, e che lui continuava a rifiutare di imparare: che poteva essere veloce quanto voleva, forte quanto voleva, ma il mondo era più grande di lui, e arrivava sempre, sempre, un istante dopo.

Arrivò sulla Lexington in tempo per vedere il Dottor Octopus sollevare un'intera facciata di palazzo con due dei suoi tentacoli e cominciare a farla oscillare sopra la strada affollata. In tempo per vedere, sotto quella massa di mattoni e acciaio, una piccola figura con un cappotto beige e due borse della spesa, immobile, paralizzata.

In tempo, forse, per arrivare. Forse.

Si lanciò. Sparò una ragnatela alla facciata sospesa per rallentarla, una al cappotto beige per tirare via May, e per un istante glorioso e impossibile pensò di farcela, pensò questa volta ce la faccio, e poi il Goblin, che lo aveva seguito, che lo aveva sempre seguito, perché era quello il piano, tagliò entrambe le ragnatele con una sola passata dell'aliante.

La facciata cadde.

Peter non vide il momento dell'impatto. Una mano artigliata lo afferrò per la gola a mezz'aria e lo scaraventò contro il muro opposto, e quando riaprì gli occhi, dove c'era stata sua zia c'era solo una montagna di macerie e polvere, e una borsa della spesa rovesciata, e tre arance che rotolavano lente lungo il marciapiede in pendenza.

Il mondo diventò bianco. Poi nero. Poi, lentamente, di un rosso che Peter conosceva fin troppo bene.

◆ ◆ ◆

Non seppe mai come arrivò all'East River.

Ci sono buchi nella memoria delle persone che hanno toccato il fondo del proprio dolore, vuoti dove dovrebbero esserci minuti, ore. Peter ricordava di aver scavato. Ricordava le mani che sanguinavano contro il cemento. Ricordava i pompieri che lo tiravano via, le loro voci gentili e inutili: "Ragazzo, non c'è più niente da fare, ragazzo, basta." E poi ricordava di aver corso. Di aver corso e basta, senza una direzione, finché i suoi piedi non lo avevano portato, come se sapessero qualcosa che lui non sapeva, alla vecchia ala dismessa della Oscorp sull'East River.

Il Laboratorio 6.

La porta che la chiavetta di suo padre aveva aperto settimane prima era ancora socchiusa. Peter scese nel buio, la maschera in una mano, il viso rigato di lacrime e cenere, e camminò tra le teche vuote, l'Avvoltoio, Octopus, il Rhino, tutte aperte, tutte liberate. I mostri che avevano appena ucciso l'ultima persona che amava erano nati lì dentro. C'era una specie di giustizia, pensò, nel venire a morire nello stesso posto.

Perché era quello che era venuto a fare. Non lo aveva deciso con la mente. Lo aveva deciso con il vuoto.

Fu allora che la sentì.

Una voce. No, non una voce. Un'impressione, in fondo alla galleria, oltre l'ultima fila di teche, dietro una porta che non aveva una targhetta come le altre. Le targhette dei Sei dicevano dei nomi. Questa diceva una sola parola, dipinta a mano, come se anche le persone che l'avevano scritta avessero avuto paura di stamparla:

LETALE.

E da dietro quella porta, qualcosa stava chiamando Peter Parker per nome.

◆ ◆ ◆

«Non aprire quella porta.»

Peter si voltò. In fondo alla galleria, appoggiato a un bastone che non era il suo, c'era Richard Parker. Il cappotto scuro. Il viso stanco. Suo padre, o la cosa che diceva di esserlo, che lo guardava con un terrore che non gli aveva mai visto prima.

«Come fai a essere qui», disse Peter. La voce gli usciva piatta, morta. «Come fai a essere sempre qui, esattamente quando serve a qualcuno.»

«Peter, ascoltami.» Richard fece un passo avanti, e per la prima volta non c'era calma nella sua voce, solo urgenza. «So cosa hai perso stanotte. So che vuoi morire. Ma quello che c'è dietro quella porta non ti darà la morte. Ti darà qualcosa di molto, molto peggio. Norman lo ha recuperato anni fa. Abbiamo provato a usarlo, a controllarlo, a farne un'arma. Ha ucciso ogni uomo a cui l'abbiamo attaccato. Li ha consumati dall'interno. Lo abbiamo chiamato Letale perché era l'unica parola onesta che ci restava.» Tese una mano. «Ti prego. Vieni via con me. Non è questo che vorrebbe Gwen. Non è questo che vorrebbe May.»

E forse, in un'altra notte, quelle parole sarebbero bastate.

Ma Peter aveva appena scavato sua zia da sotto un palazzo con le proprie mani. E quando rispose, lo fece con una calma più spaventosa di qualsiasi urlo.

«Non nominare il loro nome», disse. «Tu non c'eri. Per quindici anni non ci sei mai stato. Te ne stavi nell'ombra a guardarmi perdere tutto, uno per uno, dicendoti che era per proteggermi. Ma sai cosa penso, adesso?» Fece un passo verso la porta. «Penso che tu sia un codardo. Penso che lo sia sempre stato. E penso che, se quella cosa là dietro mi rende abbastanza forte da impedire a un'altra persona di morire come è morta lei... allora preferisco essere un mostro che essere come te.»

Richard Parker non si mosse. Aveva gli occhi lucidi. «Una volta indossato», disse piano, «non vorrai più toglierlo. Perché ti toglierà il dolore. E un uomo che non sente più il dolore, Peter, non è più un uomo. È solo un'arma che cammina.»

«Bene.» Peter posò la mano sulla porta. «È esattamente quello che serve, stanotte.»

E aprì.

◆ ◆ ◆

Era buio, là dentro. Buio e caldo, come l'interno di una bocca.

Al centro della stanza, sospesa in un cilindro di vetro pieno di un liquido nero che si muoveva da solo, c'era una massa. Non aveva una forma. Le forme erano per le cose finite, e questa non era finita; era in attesa. Quando Peter entrò, il liquido si agitò, si premette contro il vetro dalla sua parte, riconoscendolo come si riconosce qualcosa che si è cercato per molto tempo.

Peter, disse la cosa. E stavolta era davvero una voce, dentro la sua testa, calda e gentile e infinitamente paziente. Sei venuto. Lo sapevo che saresti venuto.

«Cosa sei?» sussurrò Peter.

Sono quello che ti manca. Il vetro cominciò a incrinarsi. Loro ti hanno tolto tutto. Tuo zio. La tua ragazza. Tua zia. Ti hanno reso solo. Io posso fare in modo che tu non ti senta mai più solo. Mai più. Saremo io e te, Peter. Per sempre. E insieme non perderemo mai più nessuno.

«Hai ucciso tutti quelli che ti hanno toccato.»

Perché erano deboli. Tu non sei debole. Tu sei stato scelto da un ragno, molto tempo fa. Sei l'unico che possa reggermi. L'unico in tutto il mondo. Una pausa, e quando la voce tornò, era un sussurro che sapeva esattamente dove premere. E posso mostrarti una cosa, se vuoi. Posso togliere il rumore. Il suono di quella schiena che si spezza. Quel rumore che senti ogni notte. Posso farlo smettere. Adesso. Per sempre. Devi solo dire di sì.

E poi la cosa nera fece una cosa crudele. Gli mostrò.

Per un istante, uno solo, ma completo, totale, reale come la pelle, Peter non fu più nel Laboratorio 6. Fu in una cucina calda che profumava di torta di mele. Zia May era al lavello, viva, intera, e canticchiava una canzone che lui conosceva da quando era bambino. E a un tavolo, con la luce del pomeriggio nei capelli biondi, c'era Gwen Stacy, che alzava lo sguardo da un libro e gli sorrideva, quel sorriso, il sorriso, e diceva «ci hai messo un'eternità, Parker». E tutto, tutto quello che gli avevano portato via, era lì, a portata di mano, bastava allungarsi.

Questo, sussurrò il nero. Posso darti questo. Ogni notte, quando chiudi gli occhi. Non sarà reale, ma cos'è reale, ormai? Il dolore è reale. Io ti offro tutto il resto.

Era la bugia più crudele mai sussurrata a un uomo, perché era fatta interamente di cose che lui aveva amato.

Peter chiuse gli occhi. Sentì quel rumore, il rumore che lo perseguitava da otto mesi, undici giorni, il suono secco di una ragnatela arrivata troppo tardi. Lo sentì, e per la prima volta dalla notte della torre, qualcuno gli stava offrendo di farlo smettere.

«Sì», disse Peter Parker.

Il vetro esplose.

E il nero lo trovò.

◆ ◆ ◆

Fu come annegare e respirare allo stesso tempo.

Il liquido gli colò addosso, lo avvolse, gli entrò sotto la pelle e dentro i polmoni e dietro gli occhi. Per un istante Peter urlò, un urlo che non era di dolore ma di sollievo, il sollievo insopportabile di un uomo che porta un peso da una vita intera e a cui qualcuno lo toglie all'improvviso dalle spalle. Il rumore della torre dell'orologio si spense. La voce di May al telefono si spense. Le tre arance che rotolavano sul marciapiede si spensero.

Tutto si spense.

E al loro posto restò solo una cosa, fredda e pulita e perfetta: la forza. Una forza che non aveva confini, che non aveva colpa, che non aveva quel peso costante e nauseante della responsabilità. Peter si guardò le mani. Erano nere, lucide, attraversate da una ragnatela di linee che pulsavano come vene. Si alzò, e il movimento fu così fluido, così privo di dolore, che gli venne quasi da ridere.

Sul petto, un grande ragno bianco si stagliava contro il nero come una ferita di luce.

In fondo alla galleria, Richard Parker lo guardava, e piangeva, e non diceva niente, perché non c'era più niente da dire.

La cosa-Peter inclinò la testa verso di lui. Quando parlò, la voce era ancora la sua, ma sotto c'era un'altra voce, più profonda, che pronunciava le stesse parole un istante dopo, come un'eco venuta da molto lontano.

«Avevi ragione, papà», disse, e il sorriso si sentiva anche attraverso la maschera nera. «Non sento più niente.»

«È meraviglioso.»

Poi si voltò verso la scala, verso la città che bruciava, verso i sei mostri che gli avevano portato via tutto.

E per la prima volta in otto mesi, Spider-Man non aveva paura.

Avrebbero dovuto avere paura loro.

◆ ◆ ◆

Il Rhino non lo sentì arrivare.

Nessuno lo sentiva più arrivare, adesso. Il vecchio Spider-Man era rumore e battute e ragnatele colorate; questo era silenzio, una macchia nera che si muoveva tra i palazzi più veloce dell'occhio, e quando piombò sull'armatura del Rhino dal cielo, lo fece senza una parola.

Non lo legò. Non chiamò la polizia. Afferrò una delle corna d'acciaio dell'armatura con una mano sola e, con una forza che il vecchio Peter non aveva mai osato usare, la strappò via di netto, come si stacca l'ala a un insetto. Aleksei Sytsevich urlò dentro la sua gabbia. La cosa nera non si fermò. Aprì il pannello posteriore con due dita, afferrò l'uomo per il bavero, lo sollevò all'altezza dei propri occhi bianchi e vuoti.

Hai fatto piangere dei bambini, disse la voce doppia. Stasera piangerai tu.

«Spider-Man», balbettò Aleksei, e c'era qualcosa nella sua voce, il riconoscimento di un uomo che ne incontra un altro più mostruoso di lui. «Tu... tu non sei così.»

«No», ammise la cosa nera, stringendo la presa. «Non lo ero.»

Quello che gli risparmiò la vita non fu la pietà. Fu la fretta. Perché c'erano altri cinque, e la cosa nera li voleva tutti, e li ebbe.

Ebbe l'Avvoltoio, schiantandolo contro un tabellone pubblicitario con tale violenza che le ali meccaniche si piegarono come carta. Ebbe i due anonimi, quello che sparava lampi azzurri e quello che la luce aggirava, disarmandoli, spezzandoli, lasciandoli appesi a teste in giù ai lampioni come trofei colanti di ragnatela nera. Ebbe il Dottor Octopus, strappandogli i tentacoli uno dopo l'altro mentre il vecchio scienziato strisciava all'indietro implorando, e in quel momento, su un tetto a tre isolati di distanza, un fotografo disperato di nome Eddie Brock scattò la foto che gli avrebbe rovinato, o forse salvato, la vita: una figura nera, mostruosa, china su un uomo indifeso, con il grande ragno bianco che brillava sul petto come l'occhio di un dio crudele.

E la cosa più terribile non era la violenza. Era quanto fosse facile. Quanto fosse bello. Ogni colpo che il vecchio Peter avrebbe trattenuto, questo lo lasciava andare, e a ogni colpo il sollievo cresceva, come grattare una ferita che prude da otto mesi. Dai marciapiedi, dalle finestre, la gente smetteva di esultare. Cominciava a indietreggiare. Una madre coprì gli occhi del figlio. Un poliziotto che odiava quei mostri quanto chiunque abbassò la pistola e sussurrò «Dio mio». Stavano guardando il loro eroe fare a pezzi i loro carnefici, e per la prima volta non sapevano più chi fosse il mostro.

«Ti ho preso», sussurrò Brock, guardando lo schermo della sua macchina fotografica con un misto di orrore e di trionfo. «Finalmente ti ho preso. Tutta la città vedrà cosa sei davvero.»

Non poteva sapere, non ancora, quanto quella foto, e quell'odio che provava per il ragno, lo avrebbero un giorno reso il bersaglio perfetto. Le cose nere, quando lasciano un ospite, ne cercano sempre un altro. E cercano sempre la rabbia.

◆ ◆ ◆

Restò solo il Goblin.

La cosa nera lo inseguì attraverso il cielo notturno, e per la prima volta da quando era uscito da Ravencroft, Harry Osborn ebbe paura. Tagliò, schivò, lanciò bombe a zucca, e la cosa nera le prese a mani nude e gliele rispedì indietro. In meno di un minuto l'aliante era un rottame fumante su un tetto della Settima, e Harry strisciava all'indietro sull'asfalto catramato, sanguinante, intrappolato, mentre l'ombra di qualcosa che un tempo era stato il suo migliore amico si allungava su di lui.

«Pete», ansimò. «Pete, sono io. Sono Harry. Siamo cresciuti insieme, ti ricordi? Mio padre non c'era mai e tuo zio mi lasciava restare a cena, ti ricordi? Ti ricordi?»

La cosa nera si fermò sopra di lui. Una mano lucida e nera si chiuse attorno alla gola del Goblin e cominciò a sollevarlo, a stringere, e dentro la testa di Peter la voce doppia ronzava di un piacere caldo e oscuro: lui ha ucciso tua zia. Lui ha guidato la facciata che l'ha schiacciata. Stringi. Stringi e il dolore finisce. Stringi e li avrai puniti tutti. Te lo meriti. Te lo sei guadagnato.

E Peter strinse.

Harry Osborn smise di respirare.

«PETER!»

La voce arrivò dal basso, dalla strada, piccola e acuta e impossibile, e si infilò nel nero come un ago. La cosa nera si fermò. Voltò la testa.

In mezzo alla strada, dieci piani più sotto, c'era un bambino. Una maschera di Spider-Man di plastica da un dollaro e novantanove stretta in pugno, perché stavolta non se l'era nemmeno messa. Jorge. Lo aveva seguito. Aveva attraversato mezza città in fiamme per seguire il suo eroe, come la notte del Rhino, perché certi bambini non imparano mai la paura, o la imparano una volta sola, e per sempre.

E adesso guardava in alto, verso quella figura nera e mostruosa che stringeva la gola di un uomo, e sul suo viso c'era di nuovo quell'espressione. Quella che Peter aveva giurato di non causare mai più.

Paura. Del suo eroe.

Non guardarlo, sibilò la voce doppia, e per la prima volta c'era un'incrinatura in essa, qualcosa che assomigliava alla disperazione. È solo un bambino. Non conta. Finisci. FINISCI.

Ma Peter stava guardando il bambino. E il bambino stava guardando lui. E da qualche parte, sotto otto mesi di dolore, sotto il liquido nero, sotto il sollievo insopportabile di non sentire più niente, una voce molto più antica di quella del simbionte si fece largo nella sua mente.

Non era la voce di Gwen. Non era la voce di Ben.

Era la voce di zia May, alle quattro del mattino, davanti a due tazze di tè. La rabbia è la cosa più facile del mondo, Peter. Il coraggio devi sceglierlo ogni mattina da capo.

Peter guardò la propria mano nera stretta attorno alla gola di Harry Osborn.

E capì cosa stava scegliendo.

«No», disse. La sua voce. Solo la sua, stavolta, spezzata e umana. «No, no, no. Cosa sto facendo. Cosa sono

Lasciò andare Harry, che crollò a terra tossendo, vivo, appena vivo. E la cosa nera dentro di Peter ruggì, un ruggito di tradimento, di fame negata, e per la prima volta non gli sussurrò più. Gli si strinse addosso, tese ogni filamento per non lasciarlo andare, perché aveva trovato l'ospite perfetto e non aveva nessuna intenzione di mollarlo.

NO, urlò nella sua testa. Abbiamo un patto. Ti ho tolto il dolore. Sei MIO.

«Riprenditelo», ringhiò Peter, artigliandosi il petto, mentre il nero si aggrappava alla sua pelle come un annegato. «Riprenditi il dolore. Lo voglio indietro. Mi senti? Lo VOGLIO indietro!»

Perché era questa la verità che il simbionte non aveva calcolato, la falla nel suo patto perfetto: che per un uomo come Peter Parker, il dolore non era una malattia da curare. Era la prova di aver amato. Era l'unica cosa che gli restava di loro. E un uomo disposto a riprendersi tutto quel dolore pur di non diventare un mostro, quello era un uomo che il nero non avrebbe mai potuto possedere davvero.

◆ ◆ ◆

Non riuscì a toglierlo da solo. Ci provò, là sul tetto, mentre Jorge guardava dal basso, si artigliò, si strappò, ma il nero teneva, perché il nero era più forte della carne.

Fu il bambino a salvarlo. Senza saperlo.

«SPIDER-MAN!» gridò Jorge, e nella sua manina alzò l'unica cosa che aveva: la campana della vecchia chiesa di Sant'Patrizio all'angolo, che qualcuno, un prete spaventato, un sagrestano, aveva iniziato a suonare per chiamare a raccolta i sopravvissuti tra le macerie. Jorge indicò la campana. Non sapeva perché. Sapeva solo, con quella saggezza assoluta che hanno i bambini e che gli adulti perdono, che quel suono faceva qualcosa alla cosa nera. Che la faceva tremare.

Le vibrazioni. Il suono.

Peter non se lo fece ripetere. Si lanciò verso il campanile, e mentre il nero gli urlava dentro la testa, si avvolse attorno alla grande campana di bronzo nel momento esatto in cui rintoccava, e il suono, enorme, totale, una parete di vibrazione pura, lo investì come un'onda.

Il simbionte urlò. Stavolta di dolore. Si contorse, si staccò filamento per filamento, abbandonò la pelle di Peter ritirandosi dal suono come un'ombra fugge dalla luce, finché Peter non crollò sul pavimento del campanile, nudo e tremante e di nuovo, finalmente, se stesso, mentre la massa nera si raccoglieva in un angolo buio, ferita, sconfitta.

Sola.

E affamata.

Peter restò a terra a lungo, ansimando, e il dolore tornò tutto in una volta, May, Gwen, Ben, tutto, e fu il dolore più benvenuto della sua vita, perché significava che era ancora un uomo. Pianse. Pianse come non piangeva da otto mesi, finalmente, davvero, e fuori dal campanile la pioggia cominciò a cadere su New York, lavando via la cenere e il sangue, e in lontananza le sirene cominciarono lentamente a vincere sul rumore del fuoco.

Una mano piccola gli toccò la spalla.

Jorge era salito fin lassù. Non si sapeva come, per le scale a chiocciola, lungo le impalcature, con la testardaggine assurda dei bambini che non hanno ancora imparato cosa è impossibile. Ma era lì, in cima al campanile, e guardava Peter Parker senza maschera, senza costume: un ragazzo qualunque che piangeva sul pavimento di pietra. E non aveva più paura. Si tolse la sua giacchetta troppo grande e la posò sulle spalle nude di Peter, perché stava piovendo, e perché era la cosa che faceva sua madre quando lui piangeva.

«Lo sapevo che eri ancora tu», disse Jorge, semplicemente. «Quello nero non eri tu. Io lo sapevo.»

E Peter, che aveva perso tutto, che era stato un dio e un mostro nello spazio di una notte, che non sapeva più nemmeno come si facesse a esistere, guardò quel bambino e capì che gli era rimasta una cosa, dopotutto. Una sola. Ma forse, per ricominciare, una bastava.

«Grazie, amico», disse, con la voce a pezzi. La stessa frase di sempre. «Ci vediamo in giro.»

I Sei erano sconfitti. La città, per stanotte, era salva.

E Peter Parker aveva perso tutto.

◆ ◆ ◆

In una stanza che non risultava in nessuna pianta, il Gentiluomo spense l'ultimo schermo.

Aveva guardato tutto. La caduta. La porta. Il nero. Aveva visto Spider-Man diventare la cosa più potente e più terribile che la città avesse mai conosciuto, e poi, incredibilmente, stupidamente, l'aveva visto rinunciarvi per un bambino e una campana.

Avrebbe dovuto essere furioso. I suoi Sei erano in pezzi. Il suo piano, costruito con la pazienza di una vita, era saltato in una sola notte.

Invece sorrise. Per la prima volta in molto tempo, il sorriso gli arrivò davvero agli occhi.

«Magnifico», disse piano, alla stanza vuota. Si era sbagliato, in Laboratorio 6. Aveva guardato un ragazzo distrutto e aveva visto un nessuno. Adesso sapeva la verità: che aveva costruito sei mostri per uccidere un eroe, e per tutto il tempo l'eroe aveva avuto dentro di sé un mostro più grande di tutti i suoi messi insieme. Un mostro che adesso era libero. Ferito. In cerca di un nuovo ospite.

«Non avevo bisogno di sei armi», mormorò il Gentiluomo, raccogliendo il bastone. «Me ne bastava una. E gliel'ho fatta costruire da solo.»

Da qualche parte, in un appartamento vuoto di un fotografo licenziato, una foto si stava caricando online, una figura nera, mostruosa, con un ragno bianco sul petto. E nell'oscurità di un campanile, una massa nera e ferita strisciava verso le fogne, verso il calore, verso la rabbia più vicina che riusciva a sentire.

La rabbia di un uomo che odiava Spider-Man più di chiunque altro al mondo.

La rabbia di Eddie Brock.

◆ ◆ ◆

Seppellirono May Parker tre giorni dopo, in una mattina di pioggia, nel cimitero di Greenwood, a pochi passi da una lapide su cui c'era scritto GWEN STACY. Figlia, amica, luce.

Vennero in tanti. Più di quanti Peter si aspettasse. Vicini, ex studenti dello zio Ben, un vecchio negoziante vietnamita con un bastone e il fianco ancora fasciato, un bambino con la madre che teneva stretta una maschera di plastica da un dollaro e novantanove. La gente che May aveva nutrito, ascoltato, amato in silenzio per tutta la vita, senza che nessuno la ringraziasse mai abbastanza.

Peter restò in disparte, in giacca scura, le mani in tasca. Non pianse, davanti a loro. Aveva pianto tutto nel campanile.

Eddie Brock era lì, in fondo, mezzo nascosto dietro un albero. Non per rispetto: era venuto a guardare. La sua foto, Spider-Man ridotto a un mostro nero, era finita su tutte le prime pagine, e J. Jonah Jameson, per una volta nella vita, aveva avuto il titolo che sognava da sempre: IL RAGNO È UN MOSTRO. Brock aveva creduto che distruggere finalmente l'uomo a cui dava la colpa di ogni cosa andata storta nella sua vita lo avrebbe reso felice. Invece, guardando quel ragazzo magro e a pezzi davanti a una bara, sentiva solo un vuoto freddo, e una rabbia che non sapeva più dove indirizzare. Una rabbia che, in quel preciso istante, da qualche parte sotto la città, qualcosa di nero e ferito fiutava nell'aria come un profumo. E seguiva.

Quando se ne furono andati tutti, restò solo lui, davanti alla terra fresca, sotto la pioggia. E parlò, piano, come aveva parlato a Gwen mesi prima.

«Avevi ragione», disse. «Quella notte ho scelto la cosa facile. La rabbia. E ci sono andato così vicino, zia. Così vicino a diventare qualcosa di cui ti saresti vergognata.» Deglutì. «Ma mi hai fermato. Anche da lì. Mi hai fermato.»

Il vento scuoteva i rami spogli. Da qualche parte, in città, suonava una campana.

«Non so come si fa», sussurrò Peter. «Non so come si fa a continuare quando non è rimasto più nessuno. Ma so una cosa.» Alzò gli occhi verso la città grigia oltre il muro del cimitero, la sua città, ferita, viva, piena di milioni di persone che non sapevano nemmeno il suo nome e che lui avrebbe protetto comunque, sempre, fino all'ultimo respiro, perché era questa la lezione che un uomo morto gli aveva lasciato in eredità molto tempo prima, e che lui, finalmente, aveva smesso di rifiutare.

Non sarebbe stato più lo stesso. Lo sapeva. C'era una parte di lui, adesso, che aveva assaggiato quanto fosse facile lasciarsi andare, quanto fosse dolce smettere di sentire, e quella parte non se ne sarebbe andata mai più. Ci avrebbe convissuto come si convive con una vecchia ferita che cambia colore quando piove. Ma forse era proprio questo a fare di un uomo un eroe: non l'assenza del buio, ma la scelta, ogni singolo giorno, ogni singola notte, di non nutrirlo. Zio Ben lo sapeva. Zia May lo sapeva. E adesso, finalmente, lo sapeva anche lui.

Si infilò la maschera. Quella rossa e blu. Sgualcita, rammendata, ostinatamente, testardamente colorata.

«So di chi sono figlio», disse.

E si lanciò verso casa.

Sotto la pioggia, da qualche parte nel buio sotto la città, qualcosa di nero lo guardava andare. E aspettava.

Fine dell'Episodio 3, "Veleno".
Il simbionte è libero, e ha trovato un nuovo cuore in cui annidarsi. Il Gentiluomo ha vinto perdendo. E Spider-Man è solo. The Amazing Spider-Man 3 continua.

PROSSIMO EPISODIO · EP. 4

L’Alba

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