The Amazing Spider-Man 3 · Episodio 4

L’Alba

MattiaFabbiani 28 Lug 2026 3 ~21 min

New York ci aveva messo tre giorni a odiarlo.

Tre giorni, una fotografia e un titolo a caratteri cubitali: IL RAGNO È UN MOSTRO. La foto era ovunque — le edicole, i telegiornali, gli schermi di Times Square che una volta trasmettevano i suoi salvataggi. Una cosa nera con il suo simbolo sul petto che strappava i tentacoli a un uomo che implorava. Non importava che quell'uomo avesse appena demolito un palazzo su una donna di sessantotto anni. Le fotografie non spiegano. Le fotografie accusano.

Peter Parker guardava la città dal tetto di una casa vuota, a Forest Hills, e non riusciva a dare torto a nessuno.

Dentro, la cucina era rimasta come l'aveva lasciata May. Le tazze appese in ordine di grandezza. Il barattolo del tè sulla seconda mensola, quello del tè buono nascosto dietro i cereali, perché "gli ospiti non devono mica saperlo, che c'è quello buono". Il calendario fermo a un mercoledì che non sarebbe più arrivato.

E in mezzo al tavolo, piccola, nera, paziente come una mina: la pen drive di Felicia. Una parola sola stampata sul metallo: RAVENCROFT.

Peter la fissava da tre giorni. Perché sapeva come funzionano le scatole chiuse, ormai: le apri, e il mondo cambia. La chiavetta di suo padre l'aveva portato al Laboratorio 6. Il Laboratorio 6 l'aveva portato ai Sei. I Sei l'avevano portato al costume nero, e il costume nero a un tetto da cui sua zia non era mai tornata a casa.

Le scatole chiuse sono oneste, pensò. È aprirle, che costa.

La inserì nel portatile.

◆ ◆ ◆

Ci mise quattro ore a leggere tutto, e alla fine della quarta ora Peter Parker conosceva il nome dell'uomo che gli aveva smontato la vita pezzo per pezzo.

Gustav Fiers.

Non uno scienziato pazzo. Non un mostro con gli artigli. Un finanziere. Ottantun anni, cittadinanze multiple, nessuna condanna, nessuna fotografia recente. L'uomo che aveva rilevato in silenzio i debiti della Oscorp quando Norman Osborn era morto, e con i debiti i sotterranei, e con i sotterranei tutto quello che i sotterranei contenevano.

C'era ogni cosa, nella pen drive. I contratti dell'INIZIATIVA SEI. I bonifici a Ravencroft. Le cartelle cliniche dei detenuti selezionati non per pericolosità, ma per odio: Fiers non cercava soldati, cercava rancori a cui dare un'armatura. C'erano i due che nessun telegiornale aveva saputo nominare: Dillon, Maxwell — conduttività bioelettrica, l'uomo dei lampi azzurri. Debree, Quentin — rifrazione ottica applicata, l'uomo che la luce aggirava. Nomi qualunque. Uomini qualunque, resi straordinari da un vecchio che firmava assegni.

E c'era una cartella che si chiamava QUEENSBORO.

Peter la aprì e sentì il pavimento spostarsi. Il furgone blindato vuoto, quello squarciato dall'interno, quello che otto mesi prima l'aveva fatto correre alla vecchia Oscorp con la chiavetta di suo padre in tasca — non era mai stato un trasporto. Le lamiere erano state aperte in officina, con i tentacoli del Progetto OCTAVIUS, tre giorni prima del ritrovamento. C'era la fattura. C'era perfino un appunto, grafia elegante, inchiostro blu:

«Il ragazzo deve vedere le armi. Deve avere paura. La paura è il primo filo di ogni ragnatela. — G.F.»

Un'esca. Tutto quanto. Il furgone, la galleria delle teche, forse perfino l'insulto del vecchio nel sotterraneo — sei solo un ragazzo entrato dalla porta sbagliata — calibrato al millimetro per riaccendere quello che il lutto aveva spento. Fiers non aveva mai avuto bisogno di trovare Spider-Man. Gli era bastato apparecchiare il mondo in modo che Spider-Man tornasse da solo, un filo alla volta, fino alla porta con scritto LETALE.

Peter si appoggiò allo schienale. Fuori stava facendo buio.

«Va bene,» disse, alla cucina vuota, alle tazze in ordine di grandezza. «Adesso tocca a me apparecchiare.»

◆ ◆ ◆

Dall'altra parte dell'East River, in un monolocale che puzzava di acido per sviluppo e di sconfitta, Eddie Brock non dormiva più.

Non ne aveva bisogno. Loro non ne avevano bisogno.

Le foto della sua vita precedente erano ancora appese ai fili con le mollette: il mostro nero sotto la pioggia, i tentacoli strappati, il titolo che gli aveva pagato tre mesi di affitto arretrato. La foto della carriera. L'aveva scattata odiando Spider-Man con tutto sé stesso — odiandolo perché volava mentre Eddie affondava, perché il mondo guardava lui anche quando faceva schifo, mentre Eddie non lo guardava nessuno nemmeno quando faceva tutto giusto.

E poi la cosa nera era venuta a cercarlo. Ferita, affamata, tradita. Aveva sentito la sua rabbia da tre isolati di distanza, come un profumo.

Lui ci ha buttati via, gli aveva sussurrato la prima notte, mentre gli saliva lungo il braccio come acqua che risale. Ti butteranno via tutti, Eddie. Ma io no. Io resto.

Eddie aveva detto sì. Nessuno gli aveva spiegato che a certe domande non si può rispondere una volta sola: il sì di ogni sera diventa il sì di ogni mattina, e a un certo punto non ricordi più com'era, la tua voce da sola.

Adesso, davanti allo specchio incrinato del bagno, la cosa che era stata Eddie Brock sorrise con troppi denti.

Il ragno ha un cucciolo, disse la voce doppia, e non si capiva più quale delle due voci avesse cominciato la frase. Il bambino del campanile. Quello che lo tiene umano.

«Non è il bambino, quello che voglio,» disse la bocca di Eddie.

No, concordò la voce. Ma è da lì che si comincia a slegare un uomo. Dai nodi più piccoli.

Fuori, la notte si piegò intorno a una sagoma enorme che saliva il palazzo senza fare alcun rumore.

Richard Parker bussò alla porta di Forest Hills alle sette del mattino, e Peter capì che era vero prima ancora di aprire: gli impostori non bussano così piano.

Rimasero in cucina, ai due lati del tavolo, come due uomini che si spartiscono un campo minato. Fu Richard a rompere il silenzio, e non lo fece con una scusa.

«L'abbiamo costruito noi,» disse. «Io e Norman. Si chiamava Progetto Rinascita, all'inizio. Doveva essere una cura, Peter. Un organismo che ripara l'ospite: niente più cancro, niente più malattie genetiche. La malattia degli Osborn, capisci? Norman stava cercando di salvare suo figlio prima ancora che suo figlio si ammalasse.» Fece una pausa. «Poi abbiamo capito cosa chiedeva in cambio. Non ripara l'uomo, lo sostituisce. Toglie il dolore togliendo la persona. L'abbiamo ribattezzato LETALE perché era l'unica parola onesta che ci restava.»

«E l'avete chiuso in una teca invece di distruggerlo.»

«Non si lascia distruggere.» Richard aprì le mani sul tavolo. «Fuoco, acido, vuoto. Sopravvive. Si può solo contenere, e il contenimento ha una chiave. La chiave è una sequenza genetica.» Alzò gli occhi. «La mia. È per questo che sono sparito, Peter. Quindici anni. Fiers aveva comprato tutto — i laboratori, i brevetti, le persone. Gli mancava solo la chiave. Finché ero morto, la cassaforte restava chiusa.»

«E allora perché sei tornato?»

«Perché ha smesso di cercare la chiave.» La voce di Richard si incrinò per la prima volta. «Ha trovato di meglio: ha fatto aprire la cassaforte a mio figlio, dall'interno. Io sono venuto ad avvertirti e sono arrivato in ritardo di un piano intero. Questa è la mia colpa, e non te ne chiedo lo sconto.» Spinse sul tavolo una cartellina gonfia. «Deposizione completa. Nomi, date, laboratori, il mio ruolo in ogni riga. Vale trent'anni di galera per Gustav Fiers. E qualcosa anche per me.»

Peter guardò la cartellina. Poi suo padre: i capelli grigi, le mani da vecchio, gli occhi identici ai suoi.

«Non ti odio più,» disse alla fine. «Ma non so ancora chi sei. Sono due cose diverse, e oggi ho tempo solo per una.»

«Mi basta,» disse Richard. E sembrava sincero, e sembrava distrutto, e le due cose — Peter cominciava a impararlo — quasi sempre coincidono.

◆ ◆ ◆

Venne il pomeriggio, e con il pomeriggio venne l'urlo.

Arrivò dal telefono: dodici chiamate perse da un numero che Peter aveva salvato mesi prima come Jorge (turno di giorno). Poi un messaggio vocale, mezzo soffocato dal fiato: «C'è una cosa nera sul tetto della scuola e ride come te ma non sei tu, Peter, NON SEI TU—»

Non ricordò di essersi vestito. Ricordò solo il vento, e la matematica feroce dei quaranta isolati, e il pensiero fisso, in corsivo, a ogni oscillazione: non lui. Chiunque, ma non lui.

La scuola pubblica 122 di Queens aveva un cortile interno e, sopra il cortile, appeso alla ringhiera della scala antincendio per una caviglia, un bambino di nove anni che non gridava più: risparmiava il fiato, perché era un bambino intelligente. La cosa che lo teneva appeso occupava mezza scala. Era più grossa di come Peter ricordava il costume, più grossa di come lo ricordava addosso: due metri e mezzo di muscoli neri e lucidi, il simbolo bianco deformato sul petto come una cicatrice allargata, e una bocca che nessun essere umano avrebbe dovuto avere.

«Lascialo,» disse Spider-Man.

«L'ABBIAMO IMPARATO DA TE,» disse Venom, con due voci. «Le esche funzionano.»

Quello che seguì durò novanta secondi e Peter li perse quasi tutti. Il senso di ragno — l'allarme fedele che gli aveva salvato la vita mille volte — taceva: il simbionte era stato lui, conosceva la sua frequenza, si muoveva nel suo punto cieco come un ricordo cattivo. Ogni ragnatela che sparava, Venom sapeva dove sarebbe arrivata. Ogni schivata, Venom l'aveva già schivata prima di lui.

Incassò tre colpi che avrebbero aperto un'auto in due. Al quarto, invece di schivare, cambiò gioco: sparò le ragnatele non contro Venom ma contro la ringhiera, strappò via la sezione con Jorge appeso e la ricevette tra le braccia mentre il pugno nero gli arava la schiena.

Atterrarono male, in mezzo al cortile. Peter fece scudo col corpo. Venom si raddrizzò sopra di loro, lentissimo, assaporando.

E poi suonò la campanella della scuola — le sedici in punto, fine dei corsi estivi — e il mostro arretrò di un passo sibilando, e in quel passo Peter sparò le ragnatele ai due pali della recinzione, si fiondò via con Jorge stretto al petto e non si fermò per undici isolati.

Su un tetto di Kew Gardens, il bambino gli sistemò la maschera storta con due dita, da intenditore.

«È come te?» chiese.

«No,» disse Peter. «È come ero io, quando avevo smesso di essere me.»

Jorge ci pensò su. «Allora si può aggiustare,» disse. «Tu ti sei aggiustato.»

Peter lo guardò e pensò, non per la prima volta, che i teologi sopravvalutano gli angeli e sottovalutano i bambini di Queens.

«I rumori forti,» disse poi Jorge, pratico. «Al campanile l'ho visto anch'io. Odia i rumori forti.»

«Già.» Peter guardò la città, e la città, per la prima volta da tre giorni, gli restituì lo sguardo. «Il problema è che me ne serve uno grande quanto New York.»

◆ ◆ ◆

Harry Osborn morì all'alba del giorno dopo, nella stanza 419 del Bellevue, con le manette allentate a un polso e il suo unico amico seduto accanto.

La malattia degli Osborn aveva fretta, alla fine. Peter era entrato dalla finestra, senza maschera — a che serviva, ormai: Harry sapeva. Il Gentiluomo gliel'aveva regalato mesi prima, quel sapere, attraverso il vetro di una cella, come si regala un coltello.

«Lo sapevo e ti ho odiato lo stesso,» disse Harry. Le parole gli uscivano a fatica, ma dritte. «Forse ti ho odiato perché lo sapevo. Tu avevi tutto quel potere e non hai salvato Gwen. E io avevo tutti quei soldi e non ho salvato me.» Un mezzo sorriso, l'ombra di quello vecchio. «Che coppia di idioti, Pete.»

«Ti avrei dato il sangue,» disse Peter, e la voce non gli resse. «Se me l'avessi chiesto, invece di—»

«Lo so. È questo il punto che Fiers capisce meglio di tutti.» Harry chiuse gli occhi. «Non ti offre mai quello che chiederesti. Ti offre la scorciatoia, quando sei troppo stanco per la strada lunga. Verrà anche da te, sai. Adesso che non ha più i suoi Sei. Verrà col vestito buono e ti offrirà di ricomprarti la reputazione, la città, tutto. Non ti minaccerà mai. Ti farà solo firmare.» Riaprì gli occhi. «Attico del Meridian Tower. La stanza che non c'è su nessuna pianta ha una pianta: l'ho vista. Ci sono stato, quando mi ha comprato.» Le dita di Harry strinsero il polso di Peter, l'ultima forza rimasta tutta lì. «Fagli firmare qualcosa a lui, per una volta.»

Fuori, il cielo sopra l'East River stava passando dal nero al blu.

«Pete.» Un filo di voce, ormai. «Quando la rivedi… a Gwen… dille che mi dispiace. Per tutto quanto.»

«Glielo dici tu,» disse Peter piano. «Salutamela.»

Harry Osborn sorrise. E il monitor divenne una linea, e la linea un suono, e Peter Parker rimase seduto nella luce che cresceva, a tenere la mano di un morto come si tiene una promessa.

L'attico del Meridian Tower non aveva quadri, non aveva fotografie, non aveva passato. Aveva una scrivania, due poltrone e una parete di vetro con dentro tutta New York.

Gustav Fiers accolse Spider-Man come si accoglie un fornitore atteso: senza alzarsi.

«Le porte aperte,» disse, indicando la vetrata scorrevole da cui Peter era entrato. «La mia unica superstizione. Una porta chiusa è una domanda. Una porta aperta è una risposta. Prego, si sieda.»

Peter rimase in piedi.

«Come preferisce.» Il vecchio congiunse le dita. Da vicino sembrava quello che era: ottant'anni portati con la cura che si riserva agli investimenti. «Sa perché non l'ho fatta uccidere, in questi mesi? Perché uccidere un simbolo è il modo più sicuro per scolpirlo. L'ho invece lasciata fare. Lei è stato il mio dipendente più produttivo, signor Parker: ha smontato il suo mito da solo, pezzo per pezzo, davanti ai fotografi.» Un sorriso cortese. «Ma ogni ciclo ha una fase di acquisto. Eccoci qua. La cosa nera che lei ha liberato sta diventando un problema di bilancio anche per me, e i problemi condivisi fondano le migliori società. Le offro questo: io le restituisco la città. I giornali, l'opinione pubblica, le chiavi. Compro narrative da prima che lei nascesse, mi creda, è la merce più a buon mercato che esista. Lei, in cambio, torna a essere il mio prodotto migliore. C'è sempre bisogno di un eroe, signor Parker. Tanto vale che abbia un editore.»

Il silenzio durò tre secondi.

«Mia zia diceva che la rabbia è la cosa più facile del mondo,» disse Spider-Man. «Veramente lo diceva mio zio, e lei lo citava sbagliato apposta, per farlo arrabbiare anche da morto. In questa famiglia ereditiamo così: frasi storte e regole dritte.» Fece un passo avanti. «La regola dritta è questa: il coraggio non si compra, si sceglie ogni mattina. E stamattina ho scelto.»

«Peccato.» Fiers sospirò, senza rancore. «Sa che non ha niente in mano, vero? Il suo babbo pentito ha una deposizione? Parola di un morto redivivo contro i miei avvocati. La pen drive della gatta? Rubata, inammissibile. Lei è un uomo mascherato ricercato per devastazione. Io sono un pensionato con ottimi commercialisti. Chi crede che vincerebbe, in un'aula?»

«Nessuno,» disse Spider-Man. «Per questo non siamo in un'aula.»

Posò sulla scrivania, con delicatezza, un piccolo oggetto adesivo a forma di ragno. Una lucina rossa. Accesa da ventidue minuti.

«Diretta streaming sul sito del Daily Bugle,» disse. «Milleseicento spettatori quando sono entrato. Adesso—» inclinò la testa, come ascoltando «—centonovantamila e qualcosa. Il signor Robertson la ringrazia per la citazione sull'acquisto delle narrative: dice che farà un ottimo titolo.»

Per un lungo istante, Gustav Fiers non disse nulla. Poi fece una cosa che Peter non si aspettava: annuì, piano, come davanti a una mossa di scacchi oggettivamente buona.

«Le porte aperte,» disse, «funzionano in due sensi. Dovevo saperlo io per primo.» Si alzò, si abbottonò la giacca, guardò New York un'ultima volta attraverso la parete di vetro. Sotto, molto lontano, le sirene stavano già convergendo. «I ragni vivono un anno, signor Parker. Io ho tempo.»

«No,» disse Spider-Man, mentre le prime luci blu inondavano l'atrio ottanta piani più in basso. «È esattamente quello che non ha più.»

◆ ◆ ◆

Avrebbero potuto finire così, le cose. Con un vecchio in manette e un titolo buono.

Ma il buio, quando perde il padrone, non si arrende: cambia bersaglio.

Venom colpì il corteo della polizia sulla Cinquantanovesima, alle undici e quaranta di sera, con l'unica logica che gli era rimasta: Fiers l'aveva tenuto in una teca per anni, Parker l'aveva strappato via da sé. I due uomini che l'avevano rifiutato, finalmente nello stesso posto. Che comodità.

Ribaltò la prima volante come una tartaruga. Aprì il cellulare blindato — stavolta davvero dall'interno verso l'esterno, e Peter registrò l'ironia senza avere tempo di apprezzarla — e sollevò Gustav Fiers per il bavero del vestito buono.

«L'EDITORE,» ruggì la voce doppia. «Vogliamo rinegoziare il contratto.»

La ragnatela lo prese in pieno volto.

«Mettilo giù,» disse Spider-Man, in cima a un semaforo. «Il vecchio è della città, adesso. E anche tu, Eddie. Solo che tu non lo sai ancora.»

Quello che seguì attraversò undici isolati e nessuno dei due lo vinse. Peter lo sapeva dall'inizio: non si vince contro qualcuno che è stato dentro la tua testa. Si può solo scegliere il campo. E il campo che Peter aveva scelto da due giorni — da quando un bambino gli aveva detto odia i rumori forti — era il cantiere della vecchia Oscorp, sull'East River, dove tutto era cominciato: le fondamenta sventrate, le gru, il cemento fresco, e il Laboratorio 6 già murato per tre quarti sotto la nuova gettata.

Ci arrivò lasciandosi inseguire, incassando, seminando ragnatele come briciole. Arrivò col fiato rotto e il costume aperto su tre ferite, e quando toccò terra nel cratere delle fondamenta capì che il piano aveva un difetto: il piano era arrivato fin lì. Il resto era una speranza con l'elmetto.

Venom atterrò davanti a lui. Con calma. Sapeva di aver vinto.

«Nessun campanile, stavolta,» disse la voce doppia. «Nessuna campana.»

«No,» ammise Spider-Man, in ginocchio. «Niente campana.»

E New York accese la voce.

Cominciò dai clacson — dodici taxi fermi in fila sulla rampa del cantiere, i tassisti in piedi fuori dalle portiere, i pugni sui volanti. Poi le sirene: quattro autopompe di Hell's Kitchen, quelle della caserma che Spider-Man aveva svuotato da un incendio portando fuori le persone due alla volta, schierate col muso verso il cratere e gli altoparlanti al massimo. Poi la serranda del negozio del signor Nguyen, giù e su, giù e su, un fracasso di lamiera orgoglioso e ritmico come un tamburo di guerra. Le campane di St. Patrick, che qualcuno aveva convinto a suonare fuori orario — e Peter avrebbe scoperto solo dopo che quel qualcuno era un ragazzino di nove anni con un video da duecentomila visualizzazioni registrato nel cortile della scuola: «Spider-Man ha salvato me. Stanotte tocca a noi. Portate rumore.»

Portarono rumore.

Vennero coi pentolini e coi fischietti da stadio, con gli stereo delle macchine e con le trombe da bicicletta, si affacciarono ai parapetti del cantiere che la polizia non riusciva più a tenere e fecero, tutti insieme, il rumore più grande che quella città avesse mai fatto per una sola persona. New York ci aveva messo tre giorni a odiarlo. Ci mise quattro minuti a ricordarsi di amarlo.

Il simbionte resse più di quanto qualsiasi laboratorio avesse previsto. Poi si staccò da Eddie Brock come la notte si stacca dai palazzi — a brandelli, urlando con la voce di tutti i suoi ospiti — e Peter fece l'ultima cosa che restava da fare: lo avvolse in una rete di ragnatele fitta come un sudario, lo calò nella camera criogenica spalancata del Laboratorio 6, e diede il segnale alla gru.

Il cemento scese per undici minuti. Peter li contò tutti.

Sotto le luci delle autopompe, Eddie Brock tremava dentro una coperta termica, improvvisamente piccolo, improvvisamente solo suo. «Non ricordo più com'è il silenzio,» disse, a nessuno.

Peter gli mise una mano sulla spalla. «Torna,» disse. «Un mattino alla volta. Lo so per certo, che si può.»

Il Daily Bugle uscì alle sei del mattino con una fotografia sgranata scattata da un telefono con la custodia di Spider-Man: l'eroe di New York, in un cratere di cantiere, che reggeva con una mano un pompiere scivolato dalla scaletta e con l'altra la coperta termica intorno alle spalle di Eddie Brock.

Il titolo era di Robertson, e Robertson aveva aspettato quel titolo per otto mesi:

IL RAGNO È TORNATO. E STA DALLA NOSTRA PARTE.

(Negli uffici del Bugle, pare, J. Jonah Jameson lo lesse tre volte, accese un sigaro, e disse soltanto: «Robbie, questa me la paghi. Ma è un gran titolo.»)

◆ ◆ ◆

Andarono al cimitero di Greenwood una settimana dopo, quando i fotografi si furono stancati dei cancelli.

Richard Parker camminava un passo indietro, perché certi passi non si hanno in tasca e vanno riguadagnati uno alla volta. Aveva testimoniato per nove ore davanti al gran giurì. Gustav Fiers aspettava il processo in una cella senza vetrate, dove — raccontavano i secondini — passava le giornate a guardare la porta chiusa.

Peter si fermò dov'era stato l'inverno prima, quando tutto era cominciato. La neve non c'era più. Sulla pietra chiara, le stesse parole di sempre: GWEN STACY. Figlia, amica, luce. E accanto, nuova, il marmo ancora lucido: MAY PARKER. Il coraggio, ogni mattina.

«Ti avevo promesso una cosa, quel giorno,» disse Peter, alla pietra chiara. «Non te l'ho mai detta ad alta voce, perché mi sembrava troppo grande per la mia bocca. Adesso la dico.» Prese fiato. «Finché ci sono io, nessun altro cade. Non se posso tenerlo. Non se posso arrivare. Ecco la promessa, Gwen. Quella giusta. Solo che per mantenerla dovevo prima imparare una cosa che non sapevo.» Guardò la lapide accanto, il marmo nuovo, le parole di May. «Che non si mantiene da soli, una promessa così. Si mantiene in due. In dieci. In otto milioni.»

Il vento mosse gli alberi di Greenwood, e non rispose nessuno, e andava bene così: le promesse migliori sono quelle che non hanno bisogno di testimoni.

Solo di mattine.

◆ ◆ ◆

L'ultima scena di questa storia non la vide quasi nessuno, ed è giusto raccontarla per quelli che se la sono persa.

Un tetto di Queens, la fine di agosto, l'ora in cui il sole decide se fare sul serio. Un ragazzino di nove anni con un gesso nuovo sul braccio — firma: «Al mio collega. Resta forte. Il tuo amico di quartiere» — e accanto, seduto sul cornicione come su un divano, Spider-Man.

«Quindi è finita?» chiese Jorge.

«Questa sì.» Peter si tolse la maschera, perché con i colleghi non serve. «Poi ne comincia un'altra. Funziona sempre così.»

«E io che faccio?»

«Tu hai il turno di giorno.» Peter indicò la città con il mento. «Guardala quando io dormo. Segnala tutto: gatti sugli alberi, vecchiette col semaforo rosso, tipi loschi. Rapporto completo ogni venerdì.»

Jorge annuì, serissimo, da professionista. Poi: «Peter?»

«Mh.»

«Lo sapevo che eri ancora tu. Anche quando eri nero. Anche quando lo dicevano tutti, che eri un mostro.» Si strinse nelle spalle, come per una cosa ovvia. «I mostri non si fermano quando un bambino ha paura. Tu ti fermi sempre.»

Peter Parker guardò il suo collega, e poi la sua città, e scoprì che per una volta non aveva niente da aggiungere.

Si rimise la maschera. Si alzò sul cornicione. Sotto di lui New York si accendeva di prima luce, otto milioni di finestre una alla volta, e da qualche parte suonava una serranda, giù e su, e da qualche parte un semaforo, e da qualche parte una campana.

New York aveva di nuovo il suo eroe.

E l'eroe, finalmente, aveva di nuovo New York.

Fine dell'Episodio 4, «L'Alba».

Fine di The Amazing Spider-Man 3.

Grazie per aver camminato con noi tra le ceneri, la bestia e il veleno — fino all'alba. Questa saga è nata dall'amore per lo Spider-Man di Andrew Garfield e per il film che non abbiamo mai visto al cinema: adesso, almeno qui, esiste. Le Storie della Spider Society continuano.