Brand New Day, la doppia recensione della Society: «Come Spider-Man 2 di Raimi» contro «Il peggior film del ragno»

Brand New Day, la doppia recensione della Society: «Come Spider-Man 2 di Raimi» contro «Il peggior film del ragno»

Redazione Admin
30 Luglio 2026 77

Due membri della Society, due sale diverse, lo stesso film. E due verdetti che non potrebbero essere più lontani. Non li abbiamo ammorbiditi né fatti combaciare: il bello di una community è anche questo. Prima l’entusiasmo, poi la stroncatura — e in fondo diteci voi da che parte state.

⚠️ Avviso spoiler: nessun colpo di scena viene rivelato, ma le due recensioni toccano il ruolo di alcuni personaggi, l’atmosfera del finale e i temi del film. Se volete entrare in sala completamente puliti, leggetele dopo la visione.

🕷️ DA CHE PARTE STAI?



«Brand New Day trasforma il Bimbo Ragno in Uomo Ragno»

di Alessio Vissanivoto: promosso a pieni voti

Spider-Man con uno shuriken nella maschera© Sony Pictures Entertainment / Eagle Pictures — materiale stampa ufficiale

Quante responsabilità in una pellicola.

Quante responsabilità in un personaggio, ma quando quel personaggio è Spider-Man non si può scappare dal senso della parola responsabilità, l’essenza del tessiragnatele della Casa delle Idee. A dieci anni dai primi swing di Tom Holland, ci troviamo di fronte all’operazione più riuscita del MCU (post Endgame), perché è vero che i precedenti tre film ci hanno donato delle pellicole più che piacevoli, ma c’era sempre un po’ di “ci siamo quasi” o “ci stiamo avvicinando”, soprattutto per i fan dell’Uomo Ragno classic. Quindi senza tanti giri di parole possiamo assolutamente dire che Spider-Man: Brand New Day ce l’ha fatta, proprio come ce la fece il secondo capitolo di Sam Raimi (non è esagerato e lo metto sullo stesso piano di bellezza e di importanza) ed ora vi spiego il perché.

Spider-Man può essere riadattato, rivisto, portato nello spazio, con una tuta minimal o combattere delle “patate grandi” (cit.) anche più grandi di lui, ma ci sono alcuni punti cardine che ne fanno uno tra i supereroi più amati di sempre, da bambini e non, e in qualche modo questi punti vanno affrontati. Per la prima volta in un’unica pellicola li assaporiamo tutti (negli altri film erano abbozzati), anzi azzarderei a dire che dalla morte di May, nell’ultima parte di No Way Home, c’è stato il cambio di scrittura del personaggio di Holland, perché per rendere Spider-Man come lo conosciamo Peter Parker deve soffrire.

L’identità. L’incantesimo di Doctor Strange da punto di arrivo ora diventa il punto di partenza, quella partenza che lo Spider-Man di Holland non ha mai vissuto sulla propria pelle. La maschera non è solo un’icona e il simbolo che lo contraddistingue, ma una vita di sacrificio, perché anche bere un caffè a maschera scoperta può essere pericoloso per le persone che gli sono accanto e questo il Peter di Holland finalmente lo vive in toto. La maschera è lo scudo della sua identità e va usata, o tolta, con intelligenza e mai per futili motivi. In questa pellicola si percepisce tutto il peso di questa identità.

La solitudine. Perché Spider-Man piace ai bambini? Perché di base oltre ai superpoteri ha i super problemi che lo rendono “umano”, il suo sdoppiamento di ruoli determina molti sacrifici, tra cui il grande amore della sua vita. Stan Lee raccontava che Spider-Man era amato proprio per il suo “essere un ragazzo qualunque” che commette errori, ha dubbi e cerca continuamente di fare la cosa giusta, ma il più delle volte scontrandosi con sé stesso. Lui è solo nel suo appartamento, solo quando studia e testa le ragnatele, solo quando va a comprare i fiori per la zia, solo nelle sue azioni quotidiane. Lo Spider-Man di Holland non è mai stato solo, in nessun film, ecco perché in BND c’è un cambio totale del suo personaggio: i problemi sono solo suoi e lui deve cavarsela in un modo o nell’altro. Anche se in questa pellicola troviamo dei compagni di viaggio, non risultano mai invasivi e predominanti sulle scelte di Peter. Ed è proprio nella solitudine più estrema, in BND, che nasce la sua consapevolezza nel fatto che la felicità è reale solo se condivisa, anche se sei Spider-Man. Prima si deve stare da soli per poi capire che non si può farlo a vita. Combattere per amore segna Parker e il lutto di May, insieme all’amore per MJ, segnano in tutto e per tutto un Tom Holland a pieno agio nel suo ruolo.

La città di New York. Basta parlare con alieni o divinità, basta dialogare esclusivamente con i propri “colleghi” o amici: Spider-Man per essere tale deve avere contatto con New York, con i suoi cittadini, con la polizia e con il sobborgo metropolitano. In una scena madre, verso il finale del film, la città si unisce per il suo supereroe rosso e blu, ci sono bambini con le maschere e tutti indossano una tuta con il logo di Spidey: questo abbraccio cittadino dal basso e non più dall’alto lo porta molto più vicino a noi. Riportare al centro del villaggio Spider-Man, con un personaggio come New York, è stata la mossa più importante e più coerente del regista.

Spider-Man e il Punisher in azione© Sony Pictures Entertainment / Eagle Pictures — materiale stampa ufficiale

Il costume. Sì, parliamo anche di questo. Mai così iconico, mai così vero. Si percepisce il tessuto, la trama della licra, e Holland lo rende più dinamico che mai. Doveva essere un costume fatto a mano e così è stato. Ogni qualvolta Spider-Man è in azione si è rapiti da quei grandi occhi bianchi, che così amava il grande McFarlane. La maschera ha un significato preciso, secondo Stan Lee: coprendo in quel modo il volto permette a chiunque di immaginarsi nei suoi panni, e gli occhi devono parlare per tutto il resto. Le sue pose “plastiche” in questo costume hanno vita, cosa che nei costumi a nanotecnologie non avevano, e il regista l’ha capito che la forza di Spidey è anche nel suo abito. Lasciare Holland per più di metà film coperto dal suo intero costume rende giustizia al suo Spider-Man.

L’ironia. In qualche modo c’è sempre stata come caratterizzazione dello Spider-Man di Holland, ma qui più che mai è vicina al sarcasmo pensato da Lee e Ditko. Uno Spidey consapevole della propria forza, ma con una battuta sempre pronta anche in battaglia. Non è troppo scrivere delle battute ironiche dentro un combattimento: è semplicemente rendere quel personaggio un amichevole combattente di quartiere.

In conclusione, a molti magari sembrerà un capitolo a sé stante di un fumetto, dove sei già dentro alla storia e in qualche modo a fine albo devi aspettarne un altro per andare avanti, ma se si deve far amare un personaggio come Spider-Man questa è la pellicola adatta. Un Tom Holland maturo, spaventato, innamorato e forte, forte soprattutto nella battaglia interna con sé stesso. Un Holland che decostruisce il suo Spider-Man, e di conseguenza Peter Parker, rendendoli finalmente un tutt’uno. Più che il villain di turno, che è un concetto e non una persona fisica, in questo film si può assaporare l’essenza dell’Uomo Ragno: cosa significa essere un eroe per Peter Parker? Significa convivere con le scelte del passato e con i rimpianti che lo tormentano. Il cuore del film è proprio qua: affrontare i cambiamenti, anche genetici, a cui la vita necessariamente ci porta. Una messa in scena stupefacente dove finalmente i combattimenti e le evoluzioni sono degni del personaggio che si va a dirigere (che il regista sia fan dei videogiochi Insomniac non è uno scoop), ci sono almeno un paio di momenti di vera goduria, oltre alle citazioni con le cover dei fumetti. I villain, sì parliamo al plurale, funzionali alla storia che si trasforma a un certo punto in un giallo da decriptare con la sottotrama dei “diversi”, che in un momento geopolitico come quello di adesso è attuale e coerente. Insomma il nuovo ciclo di Spider-Man è iniziato con un film con meno hype dei predecessori, ma con un cuore enorme che ti porta dentro alla testa di Spidey e di Peter come mai fatto prima. Un’ultima nota sul tanto discusso rapporto con Ned e MJ: si poteva eccedere e sbagliare il loro approccio e invece mi ha sorpreso per le scelte di scrittura non banali.

Insomma: bentornato, mio caro amichevole Spider-Man!


«Brand New Day: il film che dimentica Peter Parker»

di Pietro Giarettavoto: bocciato, con dolore

Peter Parker e Bruce Banner alla ESU© Sony Pictures Entertainment / Eagle Pictures — materiale stampa ufficiale

Il mio legame con il personaggio di Spider-Man è così profondo e longevo da risalire fino alla mia infanzia: mi sono sempre rispecchiato in Peter e nei suoi super problemi, tanto da sviluppare una connessione (forse anche eccessiva) con il personaggio, quasi come se fosse una parte di me. Quando vidi Homecoming, il primo capitolo della trilogia MCU, me ne innamorai perdutamente, tanto da definirlo fin da subito il miglior film del ragno. Sono sempre stato quindi un grande difensore di Tom Holland e della sua incarnazione, da sempre vista come la più genuina e completa. Attendevo quindi con ansia questo nuovo capitolo che si proponeva di riportare il personaggio alle origini più classiche in un’operazione simile a un piccolo reboot: niente più tute tecnologiche, niente più magia o mentori, solo Spider-Man.

Al termine della visione in anteprima però non ero convinto che ciò che avessi visto rispecchiasse davvero queste promesse. Il Brand New Day, il nuovo giorno annunciato nel titolo, non è altro che una misera citazione, in quanto non vi è nulla di nuovo o innovativo. Ero così confuso e disorientato al punto da chiedermi se avessi davvero visto lo stesso film di tutti gli altri in sala, che sembravano ben più entusiasti di me. Mi sono perciò preso del tempo per una seconda visione a mente più fredda e lucida, nella speranza di ricredermi e notare elementi che la prima volta forse mi erano sfuggiti. Nonostante ciò, però, il risultato è stato il medesimo, se non forse peggiore. Posso infatti dire che per quanto mi riguarda si tratta del peggior film dello Spider-Man di Holland, nonché uno dei peggiori film sul ragno in assoluto, superiore solo ai due pessimi Amazing con Andrew Garfield.

L’unico elemento che davvero salvo è la regia di Destin Daniel Cretton, che presenta dei passi in avanti rispetto a Jon Watts. Spider-Man qui è molto più dinamico e agile e le sequenze di oscillazione sono molto più ispirate e spettacolari: un’unione tra frangenti realizzati in computer grafica e riprese reali sui set. Si percepisce molto di più la fisicità del personaggio, che non appare più come un pupazzo senza peso. L’attenzione per la praticità continua con la realizzazione e la fattura del costume che, oltre a essere veramente bello e fedele ai comics, è vero e tangibile. Nella precedente trilogia veniva spesso ricoperto da uno strato di CGI che lo rendeva finto e senza pieghe; in questo caso invece viene data grande enfasi al materiale e all’artigianalità della tuta.

La regia trova poi degli espedienti molto interessanti per mostrare l’espressività di Tom Holland, dapprima con dei dettagli all’interno della maschera che evidenziano gli occhi dell’attore. Lo sguardo di Peter è un elemento essenziale della pellicola, tanto che la resa “homemade” del costume permette di intravedere dalle lenti proprio gli occhi del protagonista. È forse il particolare che più ho apprezzato dell’intero film: oltre a fornire ulteriore praticità al costume, rende Spider-Man più espressivo, con un notevole lavoro di interpretazione da parte di Holland. L’attore inglese incarna il perfetto connubio tra Peter Parker e Spidey, con una pronunciata gestualità e teatralità nei movimenti che richiamano molto il lavoro che Andrew Garfield fece sul personaggio nella sua duologia. Il resto del cast è anch’esso in parte, con una particolare attenzione al personaggio misterioso interpretato da Sadie Sink, che riesce a rubare la scena in molteplici occasioni, anche lei con un lavoro incentrato principalmente sull’espressività degli occhi.

I pregi purtroppo finiscono qui. Non basta infatti una messa in scena tutto sommato innovativa per salvare quella che a tutti gli effetti è una sceneggiatura assolutamente delirante e confusa che, come il suo stesso protagonista, è divisa tra molteplici anime ed esigenze, non riuscendo mai a trovare il giusto equilibrio tra esse. Il film vuole parlare di un sacco di tematiche, alcune delle quali potenzialmente molto interessanti, come l’enorme disagio che Peter prova a seguito di quasi cinque anni di solitudine e la mutazione genetica che il forte sentimento di stress e depressione gli sta causando. Già solo questo aspetto sarebbe risultato sufficiente per una trama intera, e invece si opta per quella che considero una tra le operazioni di autosabotaggio più eclatanti ad opera dei Marvel Studios.

È con grande rammarico che riconosco come questo non sia un film, bensì un enorme spot, una pubblicità alle future uscite Marvel che, in pieno stile Comic-Con di San Diego, alterna cameo e sottotrame presenti unicamente per ricordare l’esistenza di personaggi appartenenti al macro-universo e che a conti fatti non aggiungono nulla alla narrazione. Mai come in questo film si percepisce la forte ingerenza da parte degli studios, che sacrificano la narrazione e la coerenza di quello che dovrebbe essere il loro prodotto di punta in favore di un becero tentativo di indirizzare nuovi spettatori verso prodotti molto meno considerati. La narrazione soffre pesantemente di questa scelta, con almeno quattro sottotrame che si sviluppano contemporaneamente rubandosi tempo e minutaggio a vicenda, facendo così in modo che nessuna di esse venga sufficientemente approfondita.

Il personaggio di Bruce Banner rappresenta una delle più grandi frodi del film, presente unicamente per becero fan service, tanto che, finita la sua funzione di mero sacco da boxe, scompare dalla narrazione. Il villain è coerente con questo modus operandi, completamente slegato dal resto e dall’universo di Spider-Man, anch’esso presente solo in ottica di progetti futuri. Il vero problema di tutto questo è che Peter Parker perde di centralità: i suoi problemi non sono mai il vero focus e anzi sembra essere semplicemente in mezzo a una serie di eventi che non lo riguardano in prima persona. L’impressione è che questo film parli in realtà di un altro personaggio e che l’arrampicamuri si trovi semplicemente coinvolto, in particolare nel terzo atto, che è la somma di quanto detto fin qui.

Probabilmente esistono film ben peggiori di questo: come ho detto, non è completamente da buttare, in quanto tutto il comparto tecnico è assolutamente di buon livello. È altrettanto vero però che questa pellicola inevitabilmente va a toccare determinate corde emotive e personali in una maniera unica: sebbene vi siano quindi degli evidenti lati positivi, io non riesco a passare oltre al fortissimo danno e dolore emotivo che la scrittura mi ha creato. Mai come in questo film mi è mancato di vedere cuore o rispetto nei confronti del personaggio.

Mi dispiace.


Due Spider, due verdetti. Il film è al cinema da domani — andate a vederlo e poi diteci chi dei due ha ragione: sui nostri social o direttamente a una delle tappe del Society Tour. Sabato 1° agosto siamo in sette cinema in tutta Italia. 🕷️

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