Episodio 1 — Le Ceneri
New York non aveva più un eroe. E forse, pensava Peter Parker, non se lo meritava nemmeno.
Erano passati otto mesi. Otto mesi, undici giorni e, se voleva essere preciso, e ultimamente Peter era ossessionato dalla precisione, perché i numeri non mentono e non muoiono, sedici ore da quando aveva sentito quel suono. Quel rumore secco, definitivo, che da allora tornava ogni notte appena chiudeva gli occhi. Il rumore di una ragnatela che arriva un istante troppo tardi.
Il rumore della schiena di Gwen Stacy che si spezza in fondo a una torre dell'orologio.
Da quella notte, Spider-Man non si era più visto sui tetti di Manhattan. I giornali avevano riempito pagine intere: "Dov'è finito l'Uomo Ragno?", "La città abbandonata dal suo protettore", "Crimini in aumento del 40% a Queens". J. Jonah Jameson aveva scritto tre editoriali trionfanti, convinto di aver vinto. Nessuno di loro sapeva la verità. Nessuno sapeva che il loro eroe era un ragazzo di vent'anni seduto al buio in una stanza di Forest Hills, con un costume rosso e blu piegato dentro una scatola di cartone che non apriva da mesi.
Peter fissava quella scatola adesso, le ginocchia strette al petto, la luce blu del lampione che entrava obliqua dalla finestra. Sul tavolo, accanto al suo letto, c'era una fotografia. Lui e Gwen, sul tetto della scuola, il giorno del diploma. Lei rideva. Lui la guardava ridere. Adesso quella era l'unica cosa che gli restava: la prova che, una volta, era stato felice.
«Devo alzarmi», disse ad alta voce, alla stanza vuota. La sua voce gli sembrò quella di un estraneo. «Devo solo alzarmi.»
Non si alzò.
◆ ◆ ◆
Fu zia May a costringerlo a uscire, alla fine. Non con le parole, May aveva imparato che con Peter le parole rimbalzavano come pallottole su una corazza, ma con un gesto semplice, crudele nella sua gentilezza. Una mattina gli aveva lasciato sul comodino un mazzo di fiori bianchi e un biglietto con una sola frase, scritta con la sua calligrafia tremante: "Lei non vorrebbe vederti così. Vai a salutarla."
Così, per la prima volta da mesi, Peter Parker prese la metropolitana fino al cimitero di Greenwood.
Era inverno, uno di quegli inverni che a New York non scendono dal cielo ma salgono dall'asfalto, dai tombini, dal fiume, e si infilano sotto i vestiti senza chiedere permesso. La neve aveva spento i colori del cimitero fino a lasciarne solo due: il bianco delle lapidi e il nero dei rami. Peter camminò lungo il vialetto con le mani affondate nelle tasche, contando i passi senza accorgersene, fino a fermarsi davanti a una pietra che avrebbe saputo trovare a occhi chiusi.
GWEN STACY. Figlia, amica, luce.
Si inginocchiò nella neve. Restò in silenzio a lungo, le dita che sfioravano le lettere incise.
«Ciao», disse infine. «Scusa se ci ho messo tanto.»
Il vento rispose per lei, scuotendo i rami spogli.
«Te l'avevo promesso, lo sai? Che avrei smesso. Tuo padre me lo aveva chiesto, e io gliel'ho promesso davanti alla sua tomba, e poi non ho mantenuto la parola. E adesso sei qui anche tu.» La voce gli si incrinò. «Sto mantenendo la promessa, Gwen. Ho smesso. Ho appeso tutto al chiodo. E la cosa più ridicola è che mi sento ancora peggio. Perché senza la maschera non sono nessuno. E con la maschera ho fatto morire le persone che amavo.»
«Sei il figlio di tuo padre.»
Peter si gelò. La voce era venuta da dietro di lui. Profonda, calma, con un accento che non sentiva da quindici anni ma che riconobbe all'istante, perché certe voci te le porti dentro come cicatrici. Si voltò lentamente.
In fondo al vialetto, tra le lapidi coperte di neve, c'era un uomo. Sulla cinquantina, i capelli grigi, un cappotto scuro consumato dal tempo. Aveva il viso di Peter invecchiato di trent'anni, lo stesso taglio degli occhi, la stessa fronte. Lo guardava con un'espressione che assomigliava al dolore.
«No», disse Peter, alzandosi così in fretta che gli girò la testa. «No. Tu sei morto. L'aereo. Quindici anni fa. Ti ho pianto per metà della mia vita.»
«Ti hanno mentito, Peter.»
«Non chiamarmi così.» Le mani gli tremavano. Una parte di lui, quella bambina, affamata d'amore, voleva correre verso quell'uomo e abbracciarlo. L'altra, quella che otto mesi di lutto avevano reso fredda come un bisturi, urlava una sola parola: trappola. «Mio padre lavorava per Oscorp. Quindi sei un loro trucco. Ne ho visti abbastanza, di mostri costruiti da quella gente, per riconoscerne uno.»
L'uomo non si mosse. «Hai ragione ad avere paura. Mi chiamo Richard Parker. Tu hai un piccolo neo sotto la scapola sinistra che ti sei sempre vergognato di mostrare. La tua prima parola non è stata "mamma" né "papà": è stata "ragno", perché c'era una tela nell'angolo della tua culla e tu non smettevi di indicarla. Tua madre diceva che era un segno.»
Peter si appoggiò con una mano alla lapide più vicina. «Un trucco può rubare i ricordi», sussurrò, ma adesso ci credeva poco anche lui.
«È giusto che tu non ti fidi. Te l'ho insegnato io, anche se non te lo ricordi. Ma ascoltami una volta sola, e poi se vorrai che me ne vada, sparirò e non mi vedrai mai più.» Fece un passo avanti. Da vicino, Peter vedeva le rughe attorno ai suoi occhi, una vecchia cicatrice sopra il sopracciglio. Sembrava terribilmente, dolorosamente reale.
«So che Ben ti ha cresciuto bene», disse Richard piano. «So che ti ha insegnato cosa farne, di spalle larghe come le tue. Non l'ho fatto io. Non ne avevo il diritto, e nemmeno il coraggio.»
Peter non rispose. Aveva la gola troppo stretta.
«Ti ho affidato a lui proprio per questo», continuò Richard, e per un attimo sembrò più vecchio di vent'anni. «Perché ti insegnasse l'unica cosa che io non avrei saputo insegnarti. E ha funzionato, Peter. Lo vedo. Ma quella lezione, stanotte, ti serve più di quanto sia mai servita.»
«Non ho più un grande potere», disse Peter, gli occhi lucidi. «L'ho seppellito qui dentro, con lei.»
«Allora la città è già morta.» Richard lo guardò a lungo, e nella sua voce non c'era rimprovero, solo stanchezza. «Perché quello che ho aiutato a costruire dentro Oscorp non è mai stato distrutto. Norman lo aveva solo messo a dormire. E adesso qualcuno l'ha svegliato.»
Restò in silenzio un lungo momento. Poi si chinò e posò qualcosa sulla lapide di Gwen, accanto ai fiori che la neve stava già coprendo: una piccola chiavetta di metallo, opaca.
«Non ti chiedo di credermi. E nemmeno di perdonarmi, non ne avrei il diritto. Ti chiedo solo, quando sarai pronto, di andare a vedere con i tuoi occhi. Laboratorio 6. Sotto la vecchia sede di Oscorp sull'East River. Quello che c'è là sotto non è un mostro soltanto, Peter. Sono sei. E stanno aspettando che la città dimentichi di aver mai avuto un eroe.»
Si voltò e si incamminò tra le lapidi, senza fretta, con il passo di chi a suo figlio aveva già detto addio una volta e sapeva quanto costa farlo due. Peter non lo seguì. Rimase a fissare la chiavetta sulla pietra fredda finché la neve non ricominciò a cadere, leggera, a coprire ogni cosa.
◆ ◆ ◆
Peter resistette tre giorni. Tre giorni in cui rigirò la chiavetta tra le dita senza dormire, ripetendosi che non era affar suo, che aveva promesso, che Spider-Man era morto in cima a una torre dell'orologio. Poi, al telegiornale della sera, una notizia: un furgone blindato della polizia ritrovato vuoto sulla Queensboro, le pareti d'acciaio squarciate dall'interno, come se qualcosa di enorme si fosse semplicemente alzato in piedi.
Nessuna rapina. Nessun ferito. Solo un avvertimento. Qualcuno stava mettendo alla prova i propri giocattoli.
Quella notte Peter non indossò la maschera. Andò all'East River come Peter Parker: felpa, cappuccio, e la chiavetta di suo padre stretta nel pugno. La vecchia ala dismessa di Oscorp si affacciava sull'acqua nera, cieca e silenziosa, le finestre murate da anni. La chiavetta aprì una porta di servizio che non risultava su nessuna pianta. Sotto, una scala scendeva nel buio.
Laboratorio 6.
Le luci si accesero da sole al suo passaggio, una fila dopo l'altra, illuminando una galleria lunghissima. E ciò che illuminarono fece gelare Peter più del freddo del fiume.
Teche. Decine di teche di vetro rinforzato, ognuna con una targhetta, ognuna con dentro qualcosa.
Un paio di ali meccaniche, ripiegate come quelle di un avvoltoio addormentato, gli artigli ancora sporchi di ruggine e sangue secco. Progetto: TOOMES.
Quattro tentacoli d'acciaio, spessi come tronchi, immobili eppure, Peter avrebbe giurato, vigili. Quando ci passò davanti, uno di essi si contrasse appena, come un cane che sogna. Progetto: OCTAVIUS.
Una armatura enorme, cornuta, alta quasi tre metri, costruita per qualcuno che non era più del tutto un uomo. Progetto: SYTSEVICH. E poi guanti che sparavano scariche, una tuta che piegava la luce, fiale, schemi, nomi.
Al centro della sala, su un grande schermo spento, una sola scritta lampeggiava in rosso: INIZIATIVA SEI.
«Magnifici, non trova?»
Peter si voltò di scatto. In fondo alla galleria, appoggiato a un bastone dal pomello d'argento, c'era un uomo anziano ed elegantissimo, in un completo grigio perfetto. Non un capello fuori posto. Il sorriso calmo di chi non ha mai dovuto correre in vita sua.
«Chi è lei?» La voce di Peter era un sussurro.
«Un gentiluomo.» Non si avvicinò. Non ne aveva bisogno. Squadrò Peter dall'alto in basso, la felpa bagnata, gli occhi gonfi, le mani che non smettevano di tremare, e qualcosa nel suo sguardo si spense, come chi scarta un regalo e trova la scatola vuota. «Per un istante avevo creduto che fossi un problema. Sei solo un ragazzo entrato dalla porta sbagliata.»
Fece un cenno appena percettibile con la testa. Da qualche parte, nel buio, un interruttore scattò.
La teca alla destra di Peter si illuminò. I quattro tentacoli d'acciaio si tesero tutti insieme, di scatto, e il vetro rinforzato esplose in una pioggia di schegge. Un braccio meccanico frustò l'aria dove un istante prima c'era la sua testa. Peter si gettò di lato per puro istinto, quell'istinto che credeva di aver sepolto con tutto il resto, rotolò sotto il secondo tentacolo e sentì il terzo schiantare il pavimento a un palmo dai suoi piedi, mandando in frantumi le mattonelle.
L'uomo non parve nemmeno notarlo. Si stava già voltando verso lo schermo, annoiato. «Vai a casa. E se per caso dovessi incrociarlo, quello vero, quello con la maschera, digli che lo aspettiamo.» Una pausa, e per un attimo qualcosa di simile a un dubbio gli attraversò il viso. «Ammesso che esista ancora. Comincio a pensare di no.»
I tentacoli si ritirarono nel buio, lenti, come se avessero perso interesse. Nessuno fermò Peter mentre risaliva la scala.
Fu solo sul molo, piegato in due a riprendere fiato nell'aria gelida, che capì cosa gli aveva davvero agghiacciato il sangue. Non i tentacoli. Non i sei nomi sulle targhette. Era stato lo sguardo di quell'uomo: aveva avuto Spider-Man davanti, disarmato, distrutto, a un metro di distanza, e non lo aveva riconosciuto. Aveva visto un ragazzo qualunque, e lo aveva scacciato come una mosca.
E in quell'essere stato creduto nessuno, Peter sentì accendersi qualcosa che non provava da otto mesi. Non rabbia: qualcosa di più pericoloso, per gli uomini come il Gentiluomo. Sentì di volersi rialzare.
◆ ◆ ◆
Tornò a casa che era quasi l'alba. Zia May lo trovò seduto al tavolo della cucina, avvolto in una coperta, lo sguardo fisso nel vuoto. Non gli chiese dov'era stato. Gli mise davanti una tazza di tè e si sedette accanto a lui, in silenzio, come faceva sempre.
«Zia», disse Peter dopo un lungo momento. «Se ti dicessi che la città sta per cadere a pezzi, e che forse sono l'unico che può impedirlo, ma che ho troppa paura di provarci di nuovo… cosa mi diresti?»
May lo guardò con quei suoi occhi che avevano visto morire troppe persone amate e che, nonostante tutto, continuavano a essere gentili.
«Ti direi che la paura non è il contrario del coraggio, tesoro», disse piano. «La paura è il peso che il coraggio deve sollevare. Chi non ha paura non è coraggioso. È solo fortunato. E la fortuna, prima o poi, finisce.» Gli strinse la mano. «Tuo zio lo sapeva. E lo sapeva anche lei.»
Peter rimase a fissare il tè che fumava. Pensò alle teche. Ai sei nomi. Al sorriso paziente del Gentiluomo. Pensò a Gwen, alla promessa, al rumore secco in fondo alla torre. E poi pensò, per la prima volta da otto mesi, a tutte le persone là fuori che non avevano una torre da cui cadere, solo case, metropolitane, scuole, e la speranza che qualcuno, da qualche parte, stesse vegliando.
Si alzò.
Salì in camera. Si inginocchiò davanti alla scatola di cartone che non apriva da mesi. Restò un istante con le mani sopra il coperchio, il respiro tremante. Poi la aprì.
Il costume era ancora lì. Rosso e blu. Sgualcito, rammendato in tre punti, con la maschera dagli occhi grandi che lo fissava dal fondo della scatola come un vecchio amico che non ti ha mai giudicato per essere sparito.
Peter lo prese tra le mani. Chiuse gli occhi.
«Okay, Gwen», sussurrò. «Un'ultima promessa. Quella giusta, stavolta.»
Fuori, oltre la finestra, il sole stava sorgendo su una città che non sapeva di essere in pericolo. E su un tetto di Forest Hills, per la prima volta dopo mesi, una figura rossa e blu si stagliò contro il cielo e si lanciò nel vuoto.
New York aveva di nuovo il suo eroe.
Fine dell'Episodio 1.
The Amazing Spider-Man 3 — "Le Ceneri". I Sinister Six si stanno radunando. Continua nell'Episodio 2.
