The Amazing Spider-Man 3 · Episodio 2

Episodio 2 — La Bestia

MattiaFabbiani 07 Giu 2026 25 ~32 min

La gente di New York amava raccontare che Spider-Man fosse morto insieme a Gwen Stacy, in cima a una torre dell'orologio. Era una bella storia. Pulita. Aveva un inizio e una fine.

Ma le bugie più belle sono quelle che ci raccontiamo per non dover guardare ciò che è venuto dopo.

Perché c'era stata un'ultima notte. Una che i giornali non avevano mai messo in prima pagina, perché non sapevano come raccontarla senza spaventare i lettori. Una notte che Peter Parker aveva passato otto mesi a cercare di seppellire, e che ogni volta tornava a galla come un annegato che si rifiuta di restare sotto.

Era cominciata tre settimane dopo il funerale.

◆ ◆ ◆   OTTO MESI PRIMA   ◆ ◆ ◆

Per ventuno giorni, dopo aver calato Gwen nella terra, Peter non aveva fatto niente. Aveva guardato il soffitto. Aveva contato le crepe nell'intonaco, quarantatré, e le aveva contate di nuovo per essere sicuro. Aveva lasciato che zia May gli portasse piatti che non toccava, e che li riportasse via freddi, senza una parola, con quella pazienza terribile delle donne che hanno già sepolto troppe persone.

Poi, la ventunesima notte, la città aveva cominciato a urlare.

Non in senso figurato. La sentiva davvero, dalla finestra di Forest Hills: le sirene che si moltiplicavano come un'infezione, il rombo basso e meccanico che faceva tremare i vetri. E un suono nuovo, sotto a tutti gli altri, che gli aveva fatto rizzare i peli sulle braccia: il pianto collettivo di migliaia di persone che scappano nella stessa direzione.

Accese la televisione. "...una sorta di mezzo corazzato sta seminando il panico tra la Sesta e Times Square, le forze dell'ordine sembrano impotenti, ripeto, evitate l'area..." E poi l'immagine. Una cosa enorme, grigia, cornuta, alta quattro metri, costruita come un carro armato a forma di rinoceronte, che caricava una volante della polizia e la lanciava in aria come un giocattolo.

Dentro l'armatura, sullo schermo, si intravedeva un uomo. Un omino quasi comico, sudato, che rideva e piangeva insieme, urlando in russo qualcosa che la traduzione in sovrimpressione rendeva come: "GUARDATEMI! ADESSO MI GUARDATE TUTTI!"

Aleksei Sytsevich. Un criminale di mezza tacca a cui qualcuno, da qualche parte, aveva regalato un giocattolo troppo grosso. Peter non lo sapeva ancora, ma quel "qualcuno" aveva un bastone dal pomello d'argento e un sorriso paziente.

Peter guardò lo schermo. Guardò la scatola di cartone in fondo all'armadio. E per la prima volta in tre settimane, una voce dentro di lui che non era quella del lutto disse una cosa semplice: là fuori c'è gente che muore mentre tu conti le crepe nel soffitto.

«Te l'avevo promesso, Gwen», sussurrò. Poi aprì la scatola.

◆ ◆ ◆

Arrivò a Times Square che il Rhino aveva già ridotto due isolati a un campo di battaglia.

Auto rovesciate, fiamme, vetrine esplose. Un cordone di poliziotti dietro le portiere aperte, le pistole spianate e perfettamente inutili contro tre tonnellate di acciaio. E in mezzo alla strada, il mostro, che si girava lento, godendosi il terrore come un bagno caldo.

«BASTA COSÌ.»

La voce gli uscì incrinata, otto mesi di silenzio le avevano arrugginito i bordi, ma rimbalzò comunque sui palazzi. Spider-Man era appeso a testa in giù da un semaforo, la maschera rossa e blu un punto di colore impossibile in tutto quel grigio.

Per un istante, l'intera Times Square smise di respirare. Poi qualcuno, in mezzo alla folla terrorizzata, gridò il suo nome. E quel nome corse di bocca in bocca come una scintilla nella benzina. È tornato. È tornato. SPIDER-MAN È TORNATO.

Avrebbe dovuto sentirsi bene. Una volta si sarebbe sentito bene.

«Ragno!» ruggì Sytsevich, voltandosi. Sotto il vetro dell'abitacolo il suo viso era una maschera di gioia folle. «Ti aspettavo! Loro mi avevano detto che eri morto! Ma io sapevo di no! Lo sapevo!»

«"Loro" chi?» chiese Peter, lasciandosi cadere sull'asfalto. Le ginocchia gli risposero con una fitta, fuori allenamento, fuori dal mondo da troppo tempo. «Sai, di solito i cattivi aspettano almeno il secondo round prima di dirmi che fanno parte di un complotto più grande. Mi stai rovinando la suspense.»

La battuta gli uscì meccanica, vuota. Un riflesso. Come pronunciare una preghiera in una lingua che non credi più.

Il Rhino caricò.

Peter saltò, tardi, di un quarto di secondo, ma saltò, e l'armatura gli passò sotto sfiorandolo, abbattendo il semaforo a cui era appeso un attimo prima. Lanciò una ragnatela, agganciò una cornice, si issò su un cornicione. Il corpo ricordava i movimenti meglio della mente. Era sempre stato così. Il corpo perdona; è la testa che porta rancore.

«Fermo! Stai facendo del male alla gente!» gridò, schivando un lampione che il Rhino aveva divelto e scagliato come una freccia. «C'è un modo facile e uno difficile, Aleksei. Il modo facile è che ti spegni e ti fai un bel pisolino. Il modo difficile prevede molte più ragnatele in posti scomodi.»

«IL MIO NOME È RHINO!»

«È un bel nome. Molto sottile. Davvero, complimenti al reparto marketing.»

Lo colpì, una scarica di ragnatela sugli occhi dell'abitacolo, accecandolo per un istante, e per qualche minuto fu quasi come ai vecchi tempi. Spider-Man che danzava intorno al gigante, troppo veloce, troppo agile, mentre il Rhino sfondava muri e mancava sempre il bersaglio di un soffio. La folla che esultava a ogni schivata.

«Sai qual è il tuo problema, Aleksei?» gridò, rimbalzando su un taxi rovesciato e atterrando sul tetto di un autobus fermo. «Tutta questa potenza e zero tecnica. È come dare una Ferrari a uno che non sa guidare. Bellissima da vedere. Completamente inutile. E prima o poi va a sbattere contro un muro.»

Lo guidò, di proposito, leggendo la carica con mezzo secondo di anticipo, verso l'angolo di un palazzo. Il Rhino centrò il cemento armato a piena velocità. L'edificio tremò, una nuvola di polvere bianca inghiottì la strada, e per un istante l'armatura rimase incastrata nei mattoni fino alle spalle, le zampe meccaniche che scalciavano comiche nel vuoto. La folla esplose in un boato che rimbombò fino a Brooklyn.

Era facile. Era esattamente come lo ricordava. Per tre minuti e mezzo, Spider-Man fu di nuovo soltanto Spider-Man, e Peter Parker, dietro la maschera, sentì qualcosa che non provava dalla notte della torre dell'orologio: una felicità pura, semplice, da bambino.

E forse fu proprio per questo che l'universo, che ha un pessimo senso dell'umorismo, scelse quel preciso istante per mostrargli il prezzo.

Perché poi vide il bambino.

◆ ◆ ◆

Era piccolo. Otto, forse nove anni. Indossava una maschera di Spider-Man comprata in un negozio di giocattoli, di quelle di plastica a un dollaro e novantanove, con l'elastico già mezzo strappato. Si era staccato dalla folla che scappava e aveva fatto il contrario di tutti gli altri.

Aveva camminato verso il mostro.

Peter lo riconobbe. Jorge. Il ragazzino della scuola elementare di Queens, quello a cui mesi prima, in un'altra vita, quando esistevano ancora le vite normali, aveva aggiustato un progetto di scienze rotto e aveva detto "non aver paura, ci vediamo in giro." Jorge, che da quel giorno andava a scuola raccontando a tutti che lui e Spider-Man erano amici.

E adesso Jorge era in mezzo alla strada, le gambette tremanti dentro i jeans, le braccia spalancate in un gesto di sfida ridicolo e immenso, piantato tra il Rhino e una madre che urlava il suo nome dal marciapiede. Perché era quello che faceva Spider-Man. E lui, quel giorno, voleva essere Spider-Man.

Il Rhino, accecato e furioso, si girò verso quel piccolo ostacolo. Abbassò la testa cornuta. Caricò.

Qualcosa, dentro Peter, si spezzò.

Non come si era spezzato sulla torre dell'orologio. Quella era stata una rottura silenziosa, verso l'interno, un'implosione. Questa fu l'opposto: calda, rossa, il suono di una corda tesa per otto mesi che finalmente cede di schianto.

Si lanciò.

Prese Jorge un istante prima che le corna lo raggiungessero, rotolò con lui sull'asfalto, lo depositò tra le braccia della madre. «Tienilo stretto», disse, e la sua voce, la madre lo notò, e ne avrebbe parlato per anni, non sembrava più la voce di un supereroe. Sembrava la voce di qualcosa che aveva appena deciso di smettere di trattenersi.

Poi Spider-Man si voltò verso il Rhino. E per la prima volta in vita sua, non fece una battuta.

◆ ◆ ◆

Quello che successe dopo, i testimoni non riuscirono mai a raccontarlo allo stesso modo.

Alcuni dissero che era stato troppo veloce per seguirlo. Altri che avevano dovuto distogliere lo sguardo. Una donna disse soltanto, alla giornalista che la intervistò più tardi, una frase che il telegiornale tagliò perché non si addiceva al tono celebrativo del servizio: "Non sembrava un eroe. Sembrava qualcuno che voleva fargli del male."

Spider-Man non schivò più. Attaccò.

Le ragnatele non servirono più a fermare, ma a legare, a immobilizzare le giunture dell'armatura una per una, a inchiodare il Rhino al posto perché non potesse scappare da quello che stava arrivando. Peter saltò sul dorso del mostro, trovò il pannello di servizio sulla nuca dell'armatura, quello che, con calma, avrebbe potuto aprire per spegnere i sistemi — e invece di aprirlo cominciò a colpirlo. Con i pugni. Ancora. E ancora.

Il metallo si ammaccò. Poi si crepò.

«Ti diverti?» ansimava, a ogni colpo. «Ti diverti a far paura ai bambini? Eh? Ti diverti?» E intanto non vedeva più il Rhino. Vedeva una torre dell'orologio. Vedeva una ragnatela che arriva un istante troppo tardi. Vedeva tutte le persone che non era riuscito a salvare, e per la prima volta aveva davanti qualcuno su cui riversare tutto, qualcuno che poteva colpire, e il sollievo di quella violenza era così puro, così totale, che gli faceva quasi paura.

Dentro l'abitacolo, Aleksei Sytsevich aveva smesso di ridere. Adesso piangeva, davvero, un uomo grasso e patetico intrappolato in una gabbia che qualcun altro gli aveva venduto. «Basta», implorava. «Basta, per favore, ti prego—»

Peter non lo sentiva. Aveva strappato via il pannello posteriore. Le sue mani, quelle stesse mani che sapevano sollevare un autobus senza schiacciare una persona, che avevano una delicatezza che nessuno immaginava, si chiusero sui cavi dell'armatura e cominciarono a tirare, e una parte fredda e lucidissima della sua mente calcolò esattamente quanta forza servisse per arrivare all'uomo dentro, e quanto poco gli importasse.

«SPIDER-MAN!»

La voce era piccola. Acuta. Si infilò nel rosso come un ago.

Peter si fermò. Si voltò.

Jorge si era liberato dalla madre. Era a pochi metri, e si era tolto la maschera di plastica da un dollaro e novantanove. Aveva il viso scoperto. E sul viso aveva un'espressione che Peter non avrebbe mai più dimenticato, perché era la stessa che avrebbe avuto chiunque, davanti a un mostro.

Paura.

Il bambino non aveva paura del Rhino. Il Rhino adesso piangeva, sconfitto, inerme. Jorge aveva paura di lui. Di Spider-Man. Del suo eroe, in ginocchio sulla schiena di un nemico già battuto, le mani affondate in un uomo che chiedeva pietà.

Peter guardò le proprie mani. Le guardò come se appartenessero a un estraneo.

Si tirò indietro, lentamente. Lasciò andare i cavi. Scese dall'armatura, un movimento alla volta, come un sonnambulo che si sveglia in cima a un tetto. Avvolse Aleksei in un bozzolo di ragnatela, stretto, sicuro, controllato, come avrebbe dovuto fare fin dall'inizio, e l'uomo dentro singhiozzò di sollievo.

Tutta Times Square era in silenzio. Migliaia di persone. Nessuno applaudiva. Nessuno gridava il suo nome.

Lo guardavano e basta. Come si guarda qualcosa di cui non ci si fida più.

Spider-Man si voltò verso il bambino. Aprì la bocca dietro la maschera per dire qualcosa, scusa, non sono così, non volevo, è che ho perso una persona e da allora dentro di me c'è una cosa che non so più come tenere chiusa, ma non uscì niente.

Così lanciò una ragnatela verso l'alto, e sparì tra i palazzi, e lasciò che la città lo guardasse andare via.

Quella notte appese il costume. E stavolta, per otto mesi, non lo toccò più.

Non perché aveva fallito.

Perché aveva avuto paura di quanto fosse stato facile, e di quanto gli fosse piaciuto.

◆ ◆ ◆   OGGI   ◆ ◆ ◆

L'aria gelida di gennaio gli schiaffeggiò la maschera, e per un istante, lanciandosi dal tetto di Forest Hills, Peter Parker dimenticò tutto.

Era questa la cosa che la gente non capiva di Spider-Man, la cosa che non si poteva mettere in un fumetto o in un titolo di giornale: la caduta. Quel momento perfetto in cui ti getti nel vuoto e per una frazione di secondo non c'è niente sotto di te, niente che ti tenga, solo l'aria e la certezza assoluta che la ragnatela arriverà. Per otto mesi si era negato anche quello.

La ragnatela scattò. Il filo si tese. E Peter Parker volò di nuovo sopra New York, e dalla sua gola uscì un suono che non sentiva da un'eternità: una risata.

Durò esattamente quattro isolati.

Poi, da qualche parte sotto di lui, qualcuno urlò. E il vecchio istinto, quel ronzio alla base del cranio, il senso di ragno che otto mesi di immobilità non avevano spento, lo fece voltare di scatto verso un vicolo tra la Quarantanovesima e la Decima.

Tre uomini. Una saracinesca scardinata. Un negoziante a terra.

Peter piombò giù, e si bloccò a mezz'aria, appeso a un filo, a tre metri dal suolo.

Perché nello specchio sporco di una pozzanghera aveva visto la propria ombra calare sui tre rapinatori, enorme, deformata, e per un istante non aveva visto Spider-Man. Aveva visto quella notte. Aveva visto le proprie mani affondare nei cavi di un'armatura. Aveva visto la faccia di Jorge.

E aveva avuto paura. Non di loro. Di sé.

L'esitazione durò un secondo. Un secondo di troppo. Uno dei tre alzò lo sguardo, lo vide, e invece di scappare estrasse una pistola e sparò.

Peter si torse in aria, il proiettile gli passò così vicino che ne sentì il calore lungo le costole, e l'addestramento prese il sopravvento dove il coraggio aveva vacillato. Una ragnatela disarmò il primo. Una seconda inchiodò il secondo al muro. Il terzo provò a correre e si ritrovò appeso per le caviglie a testa in giù, dondolante.

Ma il negoziante a terra si stava tenendo il fianco, e tra le dita usciva del rosso, e una macchia si allargava sull'asfalto.

Il proiettile che gli aveva sfiorato le costole aveva colpito l'uomo un istante prima. Se Peter fosse intervenuto un secondo prima, se non avesse esitato, se non si fosse spaventato del proprio riflesso in una pozzanghera, il signor Nguyen, sessantun anni, che teneva quel negozio di alimentari da ventitré, non avrebbe passato le successive sei ore in sala operatoria.

«No, no, no, resti con me», disse Peter, premendo le mani sulla ferita, la voce che si sgretolava. «Ehi. Ehi, mi guardi. È arrivata un'ambulanza, la sente? La sente la sirena? Sta arrivando. Resti con me.»

L'uomo lo guardò, gli occhi annebbiati dal dolore, e mormorò qualcosa in vietnamita. Poi, in inglese, con un mezzo sorriso incredulo: «...Spider-Man. Sei tornato.»

«Sì», sussurrò Peter, e la parola gli pesò in bocca come una bugia. «Sono tornato.»

Ma sono arrivato tardi. Di nuovo. Arrivo sempre un istante troppo tardi.

Quando l'ambulanza portò via il signor Nguyen, vivo, almeno quello, vivo, Spider-Man restò seduto sul bordo di un tetto a fissare le proprie mani sotto la luce arancione dei lampioni, le palme ancora rosse, e capì la verità che lo aspettava da otto mesi come un creditore paziente.

Quando si trattenne, qualcuno si faceva male.

Quando si lasciò andare, qualcuno aveva paura di lui.

E da qualche parte, nel mezzo, c'era l'eroe che era stato. Doveva solo ricordarsi come ci si arrivava.

◆ ◆ ◆

Il mattino dopo, mezza New York non parlava d'altro.

Al settantesimo piano del Daily Bugle, J. Jonah Jameson teneva in mano la prima pagina come se gli avesse appena insultato la madre. La foto, sgranata, rubata con un cellulare, mostrava Spider-Man chino sul signor Nguyen, le mani rosse di sangue. Il titolo proposto dalla redazione diceva: SPIDER-MAN SALVA UN NEGOZIANTE.

«No», abbaiò Jameson, il sigaro spento che gli ballava tra i denti. «No, no, e mille volte no. Robertson! Guarda questa foto. Cosa vedi?»

«...un uomo che salva una vita, J.J.»

«Io vedo un mascherato con le mani sporche di sangue su un cittadino indifeso! Sparisce per otto mesi, e il giorno esatto in cui rispunta c'è gente in sala operatoria! Coincidenza? Io non credo nelle coincidenze. Credo nelle vendite.» Sbatté il foglio sulla scrivania. «Nuovo titolo, a tutta pagina: "IL RAGNO È TORNATO, ma da che parte?" Con il punto interrogativo grande così. La gente adora i punti interrogativi. Li fa sentire intelligenti.»

Robertson sospirò. «E se invece fosse semplicemente tornato a fare il suo lavoro?»

Per una frazione di secondo, una sola, che non avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, Jameson guardò di nuovo la foto. Il modo in cui il mascherato teneva la testa, curvo sull'uomo a terra, come chi prega. E qualcosa, dietro tutto quel rumore, esitò.

Poi tornò Jameson. «Allora venderemo meno giornali. STAMPA!»

In un appartamento di Forest Hills, qualche ora dopo, Peter Parker avrebbe letto quel titolo e, per la prima volta da otto mesi, invece di arrabbiarsi avrebbe quasi sorriso. C'erano cose, in quella città, che non cambiavano mai. E in un mondo dove tutto crollava, perfino l'odio affidabile di J. Jonah Jameson era, in fondo, una specie di casa.

◆ ◆ ◆

Zia May lo aspettava in cucina, alle quattro del mattino, con due tazze di tè già pronte.

Non gli chiese dove fosse stato. Vide il sangue sulle nocche, sangue altrui, e il modo in cui si muoveva, e capì tutto, come aveva sempre capito tutto fingendo di non capire niente.

«Allora sei uscito», disse soltanto.

«Sono uscito.» Peter si lasciò cadere sulla sedia. «Un uomo è in ospedale perché ho avuto paura di me stesso per un secondo di troppo.»

«Ma è in ospedale. Non all'obitorio.» May gli spinse la tazza davanti. «C'è una differenza, e tu la conosci meglio di chiunque altro.»

«Zia, l'altra volta che sono uscito», non le aveva mai raccontato del Rhino, non per intero, ma May era una di quelle persone a cui non serve che tu racconti, «ho fatto una cosa. Una cosa brutta. C'era un bambino e mi ha guardato e... mi ha avuto paura. Io non voglio essere una cosa di cui i bambini hanno paura.»

May restò in silenzio a lungo. Fuori, il cielo cominciava appena a schiarirsi.

«Sai cosa diceva tuo zio, della rabbia?» chiese infine. «Che è la cosa più facile del mondo. Non ti chiede niente in cambio: ti riempie e basta, e per un po' ti fa anche sembrare forte.» Gli prese la mano sporca di sangue, e non si tirò indietro. «Il coraggio no. Quello costa. Lo devi scegliere ogni mattina da capo, anche quando nessuno ti guarda, anche quando fa male. Tu hai passato otto mesi a lasciarti riempire dalla paura, tesoro, ed è normale che ti sia rimasta dentro un po' di quella facilità. Ma non sei diventato la tua rabbia. Sei diventato un uomo che sa quanto è facile cederle. È un'altra cosa, ed è quella che gli eroi veri devono imparare prima o poi.»

Peter la guardò. «E se un giorno scegliessi la cosa facile?»

«Allora io sarò qui a ricordarti che non sei lui.» May si alzò, gli baciò la fronte. «Adesso bevi. E domani vai a trovare quel signore in ospedale. Senza maschera. Portagli dei fiori. Un eroe non è solo quello che ferma i proiettili, Peter. È anche quello che torna il giorno dopo.»

Non lo sapeva ancora, ma quella sarebbe stata l'ultima notte tranquilla che avrebbero avuto per molto, molto tempo.

◆ ◆ ◆

La notte dopo, Peter uscì di nuovo. E stavolta andò meglio.

Non si lanciò subito sul primo grido. Restò appeso a un cornicione e ascoltò la città, il modo in cui suo zio gli aveva insegnato ad ascoltare le persone, lasciando che parlassero per prime. Quando un palazzo prese fuoco nell'Hell's Kitchen, era già in volo prima che arrivassero i pompieri, e tirò fuori una famiglia di quattro persone dal terzo piano una alla volta, con calma, con cura, senza che un solo capello si bruciasse. Quando finì, la madre lo abbracciò così forte che Peter sentì il battito del suo cuore contro la maschera. Nessuno ebbe paura di lui. Una bambina gli chiese un autografo e lui glielo firmò sul gesso del braccio rotto: "Resta forte., il tuo amico di quartiere."

Tornando verso casa lungo i tetti, leggero per la prima volta, stava quasi ricominciando a credere di potercela fare. Ed è sempre lì, esattamente in quel punto, quando ricominci a crederci, che la vita ti aspetta dietro l'angolo con un mattone.

Il suo mattone, quella notte, indossava il pelo nero e aveva gli occhi verdi.

La vide sul tetto della vecchia torre di ricerca dell'Oscorp, immobile contro la luna, una sagoma snella in tuta scura con i capelli bianchi come la neve sporca dei tetti. Stava infilando qualcosa in una borsa, un disco rigido, un dossier, qualcosa che brillava di riflessi blu. Una ladra. Sul tetto di Oscorp. La cosa avrebbe dovuto insospettirlo molto più di quanto lo eccitasse.

«Sai», disse Peter, atterrando senza far rumore a pochi metri da lei, «di solito quando la gente entra di soppiatto nei palazzi della Oscorp di notte, finisce sempre molto male. Lo dico per esperienza. Tanta, deprimente esperienza.»

Lei non si voltò di scatto. Non scappò. Si girò lentamente, con la calma di chi ti ha sentito arrivare da tre tetti di distanza, e quando lo guardò, sorrise. Un sorriso che era metà invito e metà avvertimento.

«Spider-Man.» Pronunciò il nome assaporandolo. «In carne e ossa. Sai che metà della città giura che sei un imitatore? Dicono che il vero Spider-Man non tornerebbe mai. Che si è spezzato.»

«E tu cosa dici?»

Lei fece un passo verso di lui, felina, e Peter dovette ricordare a sé stesso di tenere alta la guardia, il senso di ragno ronzava, ma non come davanti a un nemico: come davanti a qualcosa di affilato e bellissimo che non sai da che parte ti taglierà.

«Io dico», un altro passo, «che ti sei spezzato eccome. Lo vedo. Ce l'hai in tutto il corpo, quel modo di stare in piedi di chi ha perso qualcosa.» Inclinò la testa. «E dico anche che ti sei rimesso insieme con lo scotch e la testardaggine, il che è molto, molto più interessante di uno che non si è mai rotto.»

«Ti hanno mai detto che per essere una scassinatrice sei stranamente filosofica?»

«Ti hanno mai detto che per essere un eroe fai pochissimo per fermarmi?»

Aveva ragione. Avrebbe dovuto averla già legata a un tubo. Invece era lì a parlarle. «Quella roba nella borsa» disse, costringendosi al tono giusto. «È della Oscorp. Mettila giù e ce ne andiamo tutti a casa amici.»

«Oh, tesoro.» E per un istante, solo un istante, il sorriso le morì, e sotto restò qualcosa di stanco, e quasi triste. «Questa roba non è della Oscorp. La Oscorp è solo dove l'hanno parcheggiata.» Si chiuse la borsa a tracolla. «Vuoi un consiglio gratis? Da una che sa più di te di quello che sta per succedere in questa città?»

«Non rifiuto mai i consigli gratis.»

«Vattene.» Lo disse piano, e stavolta non c'era gioco nella voce. «Hai appena ricominciato a respirare. Goditelo. Perché loro non stanno più collezionando, Spider. Hanno finito di collezionare. Adesso stanno per spendere. E quando lo faranno, non ci sarà abbastanza scotch al mondo per rimetterti insieme.»

«"Loro" chi?» Il ronzio alla base del cranio si fece improvvisamente gelido. «Aspetta. Tu sai dei sei. Tu sai—»

Ma lei aveva già fatto un passo all'indietro, oltre il bordo del tetto, lasciandosi cadere nel vuoto con la naturalezza di chi cade per mestiere. Peter scattò al cornicione: dieci piani più sotto, una fune si tese, e la sagoma nera scomparve tra i palazzi prima che potesse seguirla.

Sul cemento, dove era stata, c'era un piccolo oggetto. Lo raccolse. Una pen drive, identica a quella che suo padre gli aveva lasciato sulla tomba di Gwen. Su un lato, scritto a pennarello con una grafia elegante e frettolosa, c'era un solo nome.

RAVENCROFT.

«Bella mossa», mormorò Peter al vento. «Davvero. Lasciare l'indizio drammatico e sparire. Ci sei nata, in questo lavoro, vero?»

Non sapeva ancora il suo nome. Lo avrebbe imparato presto. Felicia Hardy. E avrebbe imparato anche, troppo tardi, che quella sera lei lo aveva avvertito davvero, e che avvertirlo le era costato più di quanto lui potesse immaginare.

◆ ◆ ◆

A diciotto chilometri di distanza, in una stanza che non risultava in nessuna pianta dell'East River, un uomo elegante guardava una parete di schermi.

Il Gentiluomo non si voltò quando la porta si aprì alle sue spalle. Stava osservando un fermo immagine sgranato, catturato dalla telecamera di sicurezza di un minimarket: una figura rossa e blu appesa a testa in giù in un vicolo, le mani premute su un uomo a terra.

«Quando è ricomparso?» chiese, con la calma di chi non ha mai avuto fretta in vita sua.

«Stanotte, signore.» La voce era di una donna, bassa, divertita. «Times Square impazzisce. Stanno già rifacendo le magliette. C'è chi dice sia un imitatore.»

«Non è un imitatore.» Il Gentiluomo inclinò la testa, e per la prima volta da giorni, qualcosa nel suo viso si mosse. Non era un sorriso. Era il movimento che fa il viso poco prima di un sorriso, quando il sorriso non ha ancora deciso se valga la pena. «Otto mesi. Otto mesi ho aspettato che la città dimenticasse di averlo avuto. Avevo quasi finito di costruire tutto. E lui torna proprio adesso.» Sospirò, come un uomo a cui hanno rovinato una cena perfetta. «Che maleducazione.»

La donna si avvicinò. Capelli biondo platino, una tuta scura che sembrava bere la luce, occhi verdi che valutavano ogni cosa nella stanza calcolandone il prezzo. Felicia Hardy non rubava per soldi da anni. Rubava perché era l'unica cosa al mondo che le facesse ancora sentire qualcosa. E il Gentiluomo, che le pagava cifre oscene per aprire porte che non dovevano aprirsi, lo sapeva.

«Vuoi che me ne occupi io?» chiese, studiando il fermo immagine con interesse professionale. «Sembra carino, sotto la maschera. Potrei... distrarlo.»

«No.» Il Gentiluomo finalmente si voltò. «Voglio che non lo tocchi nessuno. Ancora. Voglio che torni a sentirsi un eroe. Voglio che la città ricominci ad amarlo, che i bambini rimettano su le sue magliette, che si fidi di nuovo di sé stesso.» Batté due volte il bastone sul pavimento. «Perché un eroe che ha appena ritrovato la speranza, Felicia, è la cosa più fragile del creato. E io non voglio rompere un giocattolo già rotto. Voglio rompere quello che lui ha appena finito di rimettere insieme.»

Si avvicinò agli schermi. Su uno di essi, in un riquadro, c'era una cella di vetro vuota. La targhetta diceva: SYTSEVICH, armatura recuperata, operativa. Su un altro, due ali meccaniche fremevano appena nel buio. Su un altro ancora, quattro tentacoli d'acciaio si contraevano nel sonno, come un predatore che sogna.

«I Sei sono quasi pronti», disse. «Manca solo il sesto. E per il sesto», toccò uno schermo, e l'immagine cambiò, mostrando un edificio basso e brutto oltre il fiume, circondato da filo spinato e torrette, «dobbiamo fare visita a un nostro vecchio amico.»

Sull'insegna dell'edificio, mezza arrugginita, si leggeva una sola parola.

RAVENCROFT.

◆ ◆ ◆

L'Istituto Ravencroft per i Criminalmente Insani non era un ospedale. Era un magazzino dove la città metteva le cose che aveva paura di guardare.

E nella cella numero quaranta, all'ultimo piano, dietro tre porte blindate e un vetro spesso un palmo, c'era qualcosa che un tempo era stato il migliore amico di Peter Parker.

Harry Osborn era seduto al centro del pavimento, le ginocchia al petto, esattamente come Peter tre settimane dopo il funerale. La malattia che gli scorreva nel sangue, la stessa che aveva ucciso suo padre, la stessa che lui aveva cercato di curare con il sangue di Spider-Man e che invece lo aveva trasformato, gli aveva mangiato i capelli, screpolato la pelle, scavato il viso fino a renderlo una maschera verdastra. Ma gli occhi erano ancora i suoi. Lucidi. Intelligenti. E pieni di un odio paziente, coltivato giorno dopo giorno come una pianta in vaso.

Harry sapeva due cose, là dentro, che lo tenevano in vita.

La prima: che Spider-Man, l'amico che lo aveva rifiutato, che gli aveva negato il sangue che avrebbe potuto salvarlo, era Peter Parker. Gliel'aveva detto un uomo elegante, attraverso il vetro, mesi prima. Un regalo, l'aveva chiamato. Per quando sarai pronto a usarlo.

La seconda: che presto qualcuno sarebbe venuto a tirarlo fuori.

Quella notte, le luci di Ravencroft si spensero tutte insieme.

Non un guasto. I generatori d'emergenza non scattarono. Le serrature elettroniche delle celle, una dopo l'altra, dal primo piano all'ultimo, fecero lo stesso identico suono: un clic morbido, definitivo, come quello di una chiavetta che si infila in una toppa.

Per qualche secondo non successe niente. Poi Ravencroft si svegliò.

Non con gli allarmi, quelli erano morti insieme alle luci. Si svegliò con le voci. Prima una, dal terzo piano. Poi dieci. Poi cento. Tutte le cose che la città aveva chiuso lì dentro per non doverle guardare cominciarono a ridere, a urlare, a cantare nel buio, mentre le porte si spalancavano una dopo l'altra come la bocca di un dio che ha deciso di rivomitare i propri peccati sul mondo. Le guardie corsero verso le scale e trovarono solo ombre, e mani che si tendevano dal nero.

Harry Osborn era rimasto seduto in mezzo al caos, immobile, ad ascoltare. Aveva passato mesi in quella cella a coltivare l'odio come l'unica pianta che cresce anche senza luce. Conosceva a memoria il rumore dei passi di ogni guardia, il modo in cui il vetro vibrava al passaggio dei treni lontani, il numero esatto di mattonelle sul soffitto. Trecentootto. Anche lui aveva contato, come Peter, dall'altra parte della città, perché il dolore insegna alle persone le stesse, piccole, disperate liturgie.

Harry alzò la testa. Sorrise, e il sorriso, sul suo viso devastato, era la cosa più simile a suo padre che fosse mai esistita.

Quando la porta della cella quaranta si aprì da sola, nel corridoio buio c'era una donna bionda con una piccola torcia e un sorriso da gatto.

«Signor Osborn», disse Felicia Hardy. «Un comune amico mi manda a dirle che la ricreazione è finita.» Gli porse una mano guantata. «E che ha un lavoro per lei. Qualcosa che riguarda un ragno.»

Harry Osborn si alzò in piedi. Le ossa gli scricchiolarono. Ma quando parlò, la voce era ferma, e antica, e affamata.

«Da quanto tempo», disse, «aspettavo che qualcuno me lo chiedesse.»

Salirono insieme verso il tetto, attraverso il corridoio in fiamme di voci: la ladra e il figlio del diavolo, scavalcando guardie svenute e scartando i pazzi che strisciavano fuori dalle celle. Nessuno li toccò. C'è un istinto antico, anche nella follia, che riconosce un predatore più grande e si fa da parte.

«Mi avevano detto che tu e il ragno eravate amici», disse Felicia, mentre il rumore di un aliante cresceva sopra di loro.

Harry sorrise con la metà del viso che ancora poteva farlo. «Lo eravamo», rispose. «È questa la parte migliore.»

◆ ◆ ◆

Peter ci andò davvero, il giorno dopo. Senza maschera. Con dei fiori.

Il signor Nguyen era in un letto del Bellevue, pallido ma sveglio, e quando vide quel ragazzo magro e impacciato con un mazzo di garofani comprati al chiosco dell'atrio, non capì subito chi fosse. Poi capì. Non da come era fatto. Da come si scusò.

«Mi dispiace», disse Peter, e lo disse a un uomo che non sapeva nemmeno di dover ricevere delle scuse. «Mi dispiace che lei abbia dovuto aspettare. Avrei potuto essere più veloce.»

«Ragazzo.» Il signor Nguyen rise, e si tenne il fianco perché ridere faceva male. «Io ho gestito un negozio nel Lower East Side per ventitré anni. Sai quanti supereroi sono mai arrivati, in ventitré anni, prima di stanotte?» Alzò un dito. «Uno. Tu. Sei arrivato uno.»

Peter restò lì, con i suoi garofani, e non seppe cosa rispondere.

«La gente dice che sei tornato strano», continuò il vecchio, sistemandosi sul cuscino. «Lo dicono al telegiornale. "È più violento. È cambiato." Bah. Sai cosa penso io? Penso che tu abbia perso qualcuno. Lo vedo, ce l'hai negli occhi, quello sguardo lì lo riconosco. E penso che un uomo che ha perso qualcuno e continua comunque a buttarsi giù dai tetti per gente che non conosce...» Scrollò le spalle. «...quello non è un uomo diventato cattivo, ragazzo. Quello è il tipo di uomo più coraggioso che esista.»

Uscendo dall'ospedale, per la prima volta da otto mesi, Peter Parker si sentì leggermente, impercettibilmente meno solo.

Fu allora che lo squillo del telefono nella tasca ruppe tutto.

Era un'allerta della polizia — di quelle che intercettava sulla frequenza che si era costruito da ragazzino. La voce dentro la radio era tesa di un terrore che i poliziotti imparano a nascondere e che quella sera non riuscivano a nascondere.

"...evasione di massa a Ravencroft, ripeto, evasione di massa, abbiamo unità a terra, abbiamo... oddio. Oddio, cos'è quella cosa nel cielo? Tutte le unità, TUTTE le unità sull'East River, c'è qualcosa che—"

La trasmissione si interruppe in un boato di statica.

Peter alzò gli occhi verso il fiume. E là, sopra l'acqua nera, contro il cielo violaceo del tramonto di gennaio, una figura si stagliava su qualcosa che brillava.

Un uomo. Su un aliante. Verde.

E anche da quella distanza, anche dopo tutto quel tempo, Peter avrebbe riconosciuto quella sagoma ovunque. L'aveva vista una volta sola, in una notte di pioggia, in cima a una torre dell'orologio, un istante prima che una mano artigliata facesse cadere la ragazza che amava.

«No», sussurrò. «No, no, no. Non tu. Chiunque tranne te.»

Il telefono squillò di nuovo. Stavolta non era la polizia. Era un numero sconosciuto. Peter rispose con dita che già tremavano.

Per un istante, dall'altra parte, ci fu solo un respiro affaticato e malato. Poi una voce, rotta, antica, ma inconfondibilmente, terribilmente familiare, disse una sola cosa.

«Ciao, Pete. Quanto tempo.» Un colpo di tosse. Un sorriso, che si sentiva attraverso la cornetta. «Indovina chi è uscito a giocare.»

Sopra l'East River, l'aliante virò verso Manhattan. E dietro di esso, la notte si riempì di mostri.

Dal tetto della vecchia centrale elettrica si alzarono in volo due ali metalliche larghe sei metri, gli artigli che squarciavano l'aria gelida: l'Avvoltoio, Adrian Toomes, tornato dall'inferno in cui Spider-Man lo aveva spedito.

Dall'acqua nera del fiume si sollevò una piattaforma sorretta da quattro tentacoli d'acciaio alti come gru, e in cima, gli occhiali a specchio che riflettevano la città in fiamme, sedeva immobile il Dottor Octopus, calmo come un re sul suo trono di lame.

All'imbocco del Queens-Midtown Tunnel una colonna di cemento esplose, e ne uscì caricando il Rhino: tre tonnellate di rabbia che adesso, finalmente, qualcuno aveva imparato a guidare.

E con loro, gli altri due. Una sagoma che a ogni passo scaricava lampi azzurri nel selciato bagnato. E una che la luce sembrava aggirare come l'acqua aggira un sasso, lì, e non lì, presente e impossibile da fissare.

Cinque. E sopra tutti, contro la luna, sul suo aliante che sibilava nel buio, il sesto. L'uomo verde che rideva tossendo. L'uomo che un tempo era stato il migliore amico di Peter Parker, e che adesso portava un solo nome, dipinto nell'odio di una vita intera.

Il Goblin.

Non erano più sei nomi su delle targhette, in un laboratorio dimenticato sotto il fiume.

Adesso erano vivi, e in volo, e affamati. Ed erano usciti tutti insieme, nella stessa notte, esattamente come il Gentiluomo aveva promesso a un ragazzo che non si era nemmeno degnato di riconoscere.

Peter Parker guardò la città che aveva appena ritrovato il coraggio di proteggere. Pensò a Gwen. Pensò a Jorge. Pensò alle due tazze di tè di zia May e ai garofani del signor Nguyen, e a quella cosa facile e calda che gli ringhiava dentro e gli chiedeva solo di lasciarsi andare.

Poi si infilò la maschera.

«Okay», disse, alla città, a Gwen, a sé stesso. «Uno alla volta.»

E si lanciò verso il fuoco.

Fine dell'Episodio 2, "La Bestia".
The Amazing Spider-Man 3. I Sinister Six sono liberi, e il Gentiluomo ha appena cominciato. Continua nell'Episodio 3.

PROSSIMO EPISODIO · EP. 3

Episodio 3 — Veleno

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